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Ferdinando di Borbone: L'indesiderato dai siciliani

  • Scritto da  Lillo Marino

Palermo, Maggio 1806

Un triplice rullare di tamburi. Poi la voce tonante e ritmata del banditore: "Udite, udite cittadini!: Domani, il nostro amato Re Ferdinando secondo di Borbone - Dio lo protegga! - lascerà la Reggia per un lungo viaggio nel suo amatissimo Regno".
Poi, ancora un triplice rullare di tamburo seguito dalla solita litania "Udite, udite, cittadini...". E così, via, via, per le stradine della Vucciria, del Borgo, del Cassero o per la monumentale via Maqueda.
Ora, non è che ai palermitani interessasse più di tanto che il Re stesse in Reggia o che se ne allontanasse, ma se il Re parte bisogna fargli i dovuti omaggi adunandosi, in gran numero, nella piazza del Palazzo Reale.

Giorno di festa, dunque. E quale migliore occasione per non lavorare!
Il Re: il popolo non lo amava, non lo stimava, lo dileggiava. Per la sua proverbiale inerzia, i suoi irrequieti sudditi lo avevano ribattezzato: "il re fannullone."
Gli avevano persino dedicato un beffardo sonetto: "Ferdinando sta in panciolle/ Sopra il letto con le molle./ Ha tre pulci sulla pancia/ Una balla, una vola/ L'altra spara la pistola".

*********

Con il popolo che non lo amava, con tutto quello che gli era successo prima e presago, forse, dei guai che da lì a poco gli sarebbero caduti addosso, Re Ferdinando di Borbone, della cui indolenza e pigrizia a Corte tutti sapevano, avrebbe fatto volentieri a meno di lasciare la splendida e confortevole Reggia palermitana e di affrontare un viaggio lungo scomodo e faticoso che lo avrebbe dovuto portare, in quei giorni di maggio del 1806, nel cuore dell'Isola.
Ora, non erano solo i prevedibili disagi che avrebbe dovuto affrontare che lo contrariavano: al Re non andava proprio giù che lo si strappasse, per almeno tre settimane, dai suoi innocenti trastulli diurni e da quegli altri, maliziosi, ai quali - con grande sdegno della Regina - pare si dedicasse piuttosto frequentemente, complice la notte, nelle alcove di giovani e leggiadre dame di Corte o sui giacigli di devote plebee.

Ai suoi intimi ed ai suoi amici fidati soleva dire:
" Che sia un letto od un giaciglio, è tutto bene quel che piglio! ".

Ma a sottrarsi a quel fastidioso impegno, il Sovrano proprio non avrebbe potuto; valli a sentire lagne e mugugni da quel manipolo di arroganti che avevano tessuto le trame di quel viaggio! Tergiversare, procrastinare sine die la partenza, addurre speciose argomentazioni per non allontanarsi dalla Capitale, dire di "no", insomma, sarebbe valso ad alienargli l'amicizia e la devozione dei Trigona (Dio, quanti ce n'erano di Trigona!), e giù una sfilza di nomi che andava ripetendo come una litania: i Santelia, i della Floresta, i della Donna, i Calvaruso, i Crescimanno, gli Starraba, gli Abatellis. E lì la litania finiva, perché, turbato ed irritato com'era alla vigilia di quel superfluo "pellegrinaggio", di alcuni non ricordava né casato né titoli nobiliari.

Di avversari - primo fra tutti quel maledettissimo "Corso corsaro" - se ne era procurati un buon numero in mezza Europa e non era il caso, ora, che se ne facesse di nuovi e, per di più, tra le mura di casa. Che altro gli restava, perciò, da fare se non buon viso a cattivo gioco?
"Sia fatta la volontà del Signore e anche quella dei miei impertinenti nobili sudditi!" esclamò don Ferdinando alzando, rassegnato, lo sguardo al Cielo. E in una mattina di maggio del 1806, lasciò il Palazzo insieme, alla Regina, su di una rilucente carrozza trainata da una triplice pariglia di focosi destrieri coi garretti fasciati dai colori reali e con le criniere al vento.

Venivano, al seguito della vettura dei Sovrani, magnifici "tiri a quattro" sui quali avevano preso posto i Trigona, i Crescimanno, gli Starraba , i Dasaro e tanti altri ancora, tutti lieti e fieri di condurre il Re e la Regina nelle città che avevano dato i natali, in tempi remoti, ai loro nobili e potentissimi avi. Quelle città, meta del viaggio, eran Piazza Armerina e Caltagirone.
Piazza Armerina - una città che, a leggere i libri di Storia, di momenti di fulgore deve averne avuti tanti - ha sempre piacevolmente il fascino della Capitale dell'Isola, verso la quale, periodicamente, si sono rinnovati flussi migratori, non necessariamente di "caste", sì che oggi un numero di piazzesi vive e lavora a Palermo; si sono tutti volentieri lasciati sedurre dall'incantamento che nasce e che si rinnova ogni giorno in questa città bellissima e "felice" distesa tra il mare e il Pellegrino; si sono sentiti partecipi dei travagli dei palermitani ma anche, e di più, delle loro impennate d'orgoglio; ha amato e ama Palermo fino al punto di identificarsi con essa, tanto che un poeta del luogo ha suggellato l'immagine di una Piazza Armerina in crescita con questi versi: "Ciazza non è ciù Ciazza/ ma Palermu a p'cciddazza" .
E di Palermo, della sua cultura architettonica, del suo tendere all'aulico e al possente, a Piazza Armerina vi sono chiari segni, come, ad esempio, nella vigorosa struttura del Duomo, edificato tra il finire del '600 e i primi anni del '700; o nelle armoniose linee architettoniche di palazzo Trigona; o nel frontone maggiore di palazzo Abatellis.
Del giungere e del permanere a Piazza Armerina di Ferdinando di Borbone e della sua Corte, le cronache del tempo sono piuttosto avare e la sola testimonianza scritta sugli eventi di quei lontani giorni ci dà per certo che il Re e la Regina furono ospitati a palazzo Trigona. Sulla visita reale, invece, molti gli aneddoti uno dei quali lo ha riferito, divertito, in un suo libro, lo storico Ignazio Nigrelli, da poco scomparso.
Racconta il Nigrelli che Ferdinando di Borbone, giunto alle porte di Piazza Armerina, fatta fermare la carrozza, chiese ad un contadino quali accoglienze avesse preparato la città per il suo arrivo.
Il poveretto, confuso e intimidito, alzò gli occhi verso il Sovrano e, nel solo linguaggio che conosceva, cioè in quello armerino di derivazione gallico-lombardo, rispose: "P' vostra maestà a Ciazza gh'è u ciang cingh d' fi riau"
Il Re non capì nulla; quel buon uomo aveva soltanto voluto dirgli: "Per vostra maestà, a Piazza c'è un pianoro pieno di fichi di pasta reale".
Palermo "miliardaria", si è detto, per i piazzesi; e non soltanto per quei piazzesi con tanto di blasone e di quattrini; a Palermo vennero, da Piazza Armerina, musicisti e poeti che divennero prestigiosi protagonisti della vita culturale della Capitale.

Da Piazza Armerina, venne il grande musicista Antonio Verso che creò la "Scuola madrigalista siciliana" ; piazzese era il poeta Francesco Gueli che a Palermo, negli anni a mezzo del '600, compose "con tanta leggiadria in lingua toscana che ben può da Apollo meritare il premio dell'alloro" come ebbe a scrivere Giuseppe Galeano nel libro "Le muse siciliane" pubblicato nel 1647.

**********

Re, Regina, nobili, scudieri, uomini in armi, carrozze e cavalli sono ora in marcia verso Caltagirone i cui cittadini, più che far festa "allù Re", se ne stanno tappati in casa. Tutti, tutti amici del "Corso corsaro!".
A Palazzo di città c'è, invece, gran fermento e quando il Corteo è alle viste si elevano gridi di giubilo e di esultanza. L'accoglienza è calorosa che più non si può. Che scorno per i cittadini ingrati e ribelli asserragliatisi nelle loro abitazioni.
Il Primo Magistrato rivolge agli augusti Sposi un caloroso saluto e offre pregevoli doni, opera dell'artigianato locale. Fra i preziosi "cadeaux" vi sono due vistosi "cantari" (vasi da notte) d'eccellente fattura che i Reali guardano ed ammirano.
Perfidi repubblicani! "Quei due "cantari" - diranno - volevano significare un esplicito e pressante invito al Re e alla Regina di lasciare al più presto la città e di tornarsene a casa.

A Caltagirone, il Re Fannullone e l'altera Regina sostarono per soli due giorni: poi, via, verso Palermo. Ah, ingrata città di Caltagirone!
Al Re porgono "cantari" e lo lasciano partire con i segni di un muto rancore.
A chissà dove, il "Corso Corsaro" sogghigna ed esulta.

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