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Un fatto di cronaca

Alcuni viceré non usano minore rigore. Il conte di Albadalista, il 15 dicembre 1590, tornava da Messina per mare, e il senato civico per l’occasione gli aveva preparato adeguate accoglienze, facendo costruire alla Cala un imbarcadero lungo trenta metri, destinato all’attracco della galera; su di esso i nobili e le autorità del regno e della città si affollarono per dare il benvenuto al governante. Ma quel pontone di legno e cordame, zelantemente allestito assai prima, era rimasto troppo tempo a mollo e ormai s’era infradicito, la calca dei convenuti era enorme, e per di più il viceré aveva gran fama di jettatore, provata nel corso del suo disgraziato governo, né si smentì in quell’occasione. Fatto sta che, proprio nel momento in cui, fra salve d’artiglieria e rulli di tamburi, stava per scendere dalla galera, questa, malamente imbrigliata a una trave del pontile, dando di bordo lo strattonò violentemente: l’imbarcadero oscillò, si disfece tra i flutti, portandosi dietro il suo carico umano. Un gran numero di nobili, venuti per accoglierlo, perisce nel disastro.

L’arcivescovo Aedo, finito pure lui in mare, venne salvato a stento; da parte sua, il viceré si comportò nell’occorrenza da autentico cialtrone e senza il ben che minimo senso d’umanità: sbarcato con la moglie, pensò solo a tornarsene a palazzo. Alcuni popolani, con la scusa di soccorrere le vittime, invece di aiutarle le annegano di proposito per rubar loro i gioielli. Preso uno di questi, "fu trascinato sopra una tavola attaccata alla coda di un cavallo al luogo del delitto, dove vivo ebbe tagliata la mano, e di poi condotto alla piazza della Marina fu impiccato per la gola".

Nel corso della mortale peste del 1575, il presidente del Regno, principe di Castelvetrano, nel punire i ladri di robe infette, supera ogni fantasia sadica.. Catturatili, "furono esemplarmente castigati, altri essendo stati trascinati alla coda de’ cavalli, e strozzati, altri tanagliati, e buttati dall’altezza del Palagio vecchio, detto dell’Osteri, ed altri impalati, e poi uccisi".

E così via, impiccando e squartando fino alla fine del Settecento, con gran sollazzo. Nel 1775, Francesco Maugeri, Giuseppe Pozzo e Ignazio Sorrentino, rei di tentata ribellione, ebbero "tagliate le teste e le mani, e appese in gabbie di ferro sopra l’accennata porta [della Vicaria] i quarti de’ loro corpi furono collocati allo Sperone".

L’ultima grande esecuzione pubblica palermitana è la decapitazione, eseguita il 10 aprile 1863, di Gaetano Castelli, Pasquale Musetto e Giuseppe Calì, tre dei pugnalatori del 1862. Per l’imperizia del boia nell’adoperare la ghigliottina, l’esecuzione fu di estrema crudeltà e molti spettatori svennero. La descrizione di quel raccapricciante spettacolo è fedelmente riferita nel feuilleton di Salvatore Mannino, "I pugnalatori di Palermo del 1862". Chi pensa che la civiltà giuridica abbia diritto di comminare pene capitali, farebbe bene a leggerla.

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