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Pratica criminale delle torture

Tortura (da: torcere, piegare), era quindi il complesso di forme di coercizione fisica o morale inflitte specialmente a un imputato o al testimone, per indurlo a confessare o a deporre in modo attendibile (o di convenienza – diremmo noi – per gl’inquisitori) in uso dall’antichità all’Ottocento. Si distinguevano in: tortura lieve, della durata di sette minuti; in mediocre di trenta minuti; in acre, di un’ora più il tempo necessario a recitare un Miserere, sempre quando, sotto il supplizio, il martire rimaneva ancora in vita.

Alcuni tormenti gradualmente cadono in disuso o espressamente vengono aboliti, quali: "Il tormento del velo, che lungo palmi quattro, e bagnato tenendosi a forza, aperta la bocca del reo, con istrumento di ferro, pian piano coll’acqua, che gli si dava a sorso, tutto li si facea inghiottire, finché giungesse al fondo dello stomaco, dove giunto, li veniva strappato dal carnefice, e per lo più il reo soffocavasi: onde come troppo periglioso alla vita umana fu tralasciato".
"Il tormento del fuoco: legatosi il reo ignudo, e seduto a terra, dopo essergli unti li piedi con grascia di porco, si poneano nella distanza di circa due palmi cinque rotoli di carboni accesi, i quali liquefacendo la parte untuosa ne’ piedi, li cagionavano un cruccio acerbissimo: indi scioglievasi il reo, e surto in piedi da due manigoldi sostenuto, faceasi camminare sopra alcuni bottoncini di ferro rovente, che entrando nelle infocate piante de’ piedi, ne restava il meschino paziente per tutta la sua vita offeso, e come tormento tirannico fu con bando abolito".
"Assai molesto, ed al pari inumano era Il tormento della capra, poiché bagnati i piedi del reo vi si attaccava molta quantità di sale, e indi conduceasi una capra, la quale, avida del salso, con la scabrosa lingua tanto quelli lambiva, fino a che, rotta la cute, e consumata la parte carnosa giungeva a scoprire l’osso".

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