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Il dialetto gallo-italico e i poeti vernacolari di Piazza Armerina

  • Scritto da  Sebi Arena

Nonostante che la struttura sintattica sia sovrapponibile a quella del dialetto siciliano tuttavia, dal punto di vista linguistico-lessicale, l'idioma gallo-italico (o lombardo-siculo che dir si voglia) presenta un incredibile apporto di vocaboli e di fonemi talvolta intraducibili poiché porta con sé influssi greci, latini, arabi, lombardi, provenzali, catalani, etc.

A Piazza Armerina, ormai da tempo, uno stuolo di volenterosi poeti ha continuato una tradizione letteraria che persegue lo scopo non dichiarato di non far estinguere questo affascinante idioma o quantomeno di continuare a lasciarne l'eredità alle future generazioni. Così, attraverso le opere di poeti piazzesi e sperando che ancora la parlata dei quartieri popolari venga gelosamente protetta, riusciamo a seguire il cammino della continuità di questo seducente linguaggio.

Già nel 1872 Remigio Roccella scriveva il suo primo libro "Poesia piazzese" e tre anni dopo pubblicava il "Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina" che, contenendo elementi di grammatica e di fonetica, è stato un punto di riferimento preciso e necessario a quanti dopo di lui si sono occupati di questo linguaggio. Nel 1877 pubblicava una seconda edizione (“Poesie e prose nella lingua parlata piazzese” arricchita di nuove poesie, racconti popolari, una gran quantità di proverbi e una commedia in tre atti (Scuta a to pa'). A Remigio Roccella, poeta satirico e moraleggiante, spesso con autentici slanci lirici, va la gratitudine dei suoi posteri concittadini ai quali è consentito di gioire di deliziosi quadretti idilliaci e, invero, i poeti dialettali che lo hanno seguito lo considerano un po’ il padre della parlata lombarda dato che sono andate perdute le tracce di ogni precedente produzione letteraria in questa lingua.

Nel secolo scorso un poeta dialettale, molto amato e continuamente citato, è stato Carmelo Scibona che, pubblicando nel 1935 un volume da lui stesso definito di poesie "satirico-umoristiche (U’ cardubu = il calabrone), arricchì il patrimonio poetico della città facendo rivivere fino ai giorni nostri tutte le espressioni tradizionali più popolari e incisive. Egli, abilissimo artigiano del legno, amava scrivere con il lapis i suoi versi estemporanei direttamente sulle tavole da lavoro e, appena finiva di declamarli, con un colpo di pialla li riduceva in trucioli. Chi stava a sentirlo puntualmente trascriveva i frizzanti versi e li divulgava. La sua opera “U’ cardubu” è stata pubblicata nel 1997 con il titolo originario “I mì f’ssarì” in una ponderosa edizione critica, filologicamente sicura e ortograficamente coerente, arricchita di tutti i componimenti inediti del poeta finora ritrovati, a cura di Salvatore C. Trovato nell’ambito del “Progetto galloitalici”.

La tradizione in gallo-italico continuava ancora con Gaetano Marino Albanese “Ciucciuledda”, coevo di Scibona, di cui purtroppo possediamo soltanto una raccolta postuma pubblicata nel 1982 dal figlio Liborio col titolo: “Ricordando mio padre”.

Per chi pensasse che il vernacolo piazzese si presti solo a fare satira di costume, viene a smentirlo il malinconico poeta Giuseppe Ciancio che, con la sua pubblicazione del 1971 "Faiddi", ci regala una raccolta delicatissima e tenera, frutto della pacata meditazione sull'umana condizione. Nel 1997 gli fu dedicata una strada nella contrada Scarante.

Un poeta dialettale piazzese "verace" è attualmente Pino Testa che vive con la città un rapporto viscerale. Egli infatti è cantore popolare, a volte oleografico e celebrativo, altre volte satirico e mordace, ma sempre nostalgico del "tempo che fu". Autentico conoscitore del linguaggio dei padri, come Scibona e Albanese, è autodidatta e poeta istintivo e satirico. I suoi versi sono quadretti di vita paesana e pennellate d’autore. Testa non ha pubblicato volumi di versi, ma la sua poesia si conosce per frequente declamazione pubblica, tuttavia custodisce un enorme patrimonio inedito (“P’nz’ddiàdi”) di cui vedremmo volentieri la pubblicazione.

La memoria sociale, frutto del cuore e della ragione, ha certamente bisogno di essere coltivata e poi affidata alla custodia dei posteri. Tutto questo lo ha fatto, con grande passione e devozione quell'eclettico artista che è stato Gioacchino Fonti, scomparso nel 1994. Egli ha plasmato l'argilla, ha prodotto olii e chine pregevoli ritraendo luoghi e uomini della sua città,ma soprattutto è stato divulgatore di cultura e testimone di un'epoca. Così cavalcò il linguaggio degli antenati e sognò di insegnarlo alle giovani generazioni anche come materia scolastica. Tradusse nell'idioma gallo-italico vocaboli moderni pubblicando una grammatica in cui propose un’interessante guida alla formazione dei vocaboli nuovi. Pubblicò vari testi poetici tra cui "U’ sbrims paisang” (Il brindisi paesano). Come gli alchimisti di un tempo remoto Ino Fonti distillava i ricordi e faceva risorgere situazioni e personaggi caratteristici di un'epoca più innocente e sicuramente più a misura d'uomo rispetto a quella attuale. Ne veniva fuori una creazione poetica che, usando l'obbligatorio idioma gallo-italico "ciaccès", assomiglia a una vernice pittorica, a una vetrina che osserviamo con simpatia, con rabbia, con emozione. Un prisma che riflette sfaccettata una fetta del recente passato.

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