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C’era una volta nel centro della Sicilia il regno felice di Monte Naone. Il suo re si chiamava Jovàno e la regina Sara. Il castello sulla cima del monte dominava le vallate d’intorno e le pianure. Al servizio del re vi era pure un sapiente di nome Turoldo che alcuni indicavano come mago e altri come santo, tanto era votato al bene. Passava la gran parte del suo tempo in una torre del castello dove conduceva studi ed esperimenti. In quel regno viveva nascosta una strega molto malvagia di nome Brigida e una volta riuscì a prendere così bene l’aspetto della regina Sara che neppure il Re riuscì ad accorgersi della sostituzione e, quando la Regina stava per partorire, fece il suo sortilegio. Nacque Rubelia per la gioia del Re e dei suoi sudditi, ma l’evento fu funestato dalla morte della Regina stessa a causa del parto. La piccola principessa cresceva così leggiadra che ogni cosa spiacevole si annullava di fronte alla sua grazia.

La sua bellezza eguagliava quella di un giorno di maggio: l'azzurro dell’alba era nei suoi occhi, la luce del sole mattutino usciva dall'oro dei suoi riccioli, la carnagione era trasparente come l'acqua dei ruscelli, le sue gote avevano la delicata tinta dei fiori di pesco. Il Re sapeva quanto fosse importante Rubelia per la conservazione del regno di Monte Naone ora che la sua adorata regina era morta, ma, col passare degli anni, il Re si intristiva sempre più pensando alla figlia già adolescente e al regno senza discendenza. Fino ad allora la vita di corte era stata piacevole: i cavalieri al servizio provvedevano a esaltare il senso dell'onore e del sentimento raccontando dei viaggi e delle gesta; i musici, i cantori e i poeti deliziavano d’amor cortese; spesso giungevano al borgo fortificato giocolieri e saltimbanchi e sempre venivano invitati al castello per far divertire la giovine principessa. Un giorno il sovrano decise di invitare tutti i giovani principi del regno affinché potesse offrire in isposa la figlia a colui che avesse portato in dote la maggiore ricchezza. Dopo otto settimane cominciarono a giungere al castello notizie della partecipazione alla festa di sette principi regnanti che, avendo saputo della eccezionale bellezza di Rubelia, esprimevano il desiderio di averla in isposa promettendo tutte le ricchezze in loro possesso.

I prìncipi cominciarono ad arrivare ad uno ad uno accompagnati da uno stuolo di servitori e di cavalcature cariche di doni. Ma il Re, appena lo seppe, si rifugiò nella più riposta sala del castello e concepì una malsana idea. “Organizzando un agguato lungo le strade d'accesso al regno, - disse tra sé - potrò impadronirmi del tesoro di ogni principe e darne la colpa ai molti briganti che infestano le contrade di ogni dove! Nessuno potrà muovermi accuse se tutto sarà fatto in segretezza”. Così pensò e così fece. Dunque Jovàno, aiutato da Brigida, s’impadronì dei tesori e, ogni giorno scendeva nei sotterranei del castello dove, in una apposita sala, aveva nascosto e accumulato tutto. Vi erano sette forzieri di legno e cuoio rinforzato con borchie e maniglie il cui contenuto destava grande meraviglia: monete d’oro e d’argento, collane di perle e preziosi monili con gemme incastonate di rara bellezza. Pure emergevano dai forzieri fiori e frutti d'oro sfolgoranti e pregiato vasellame. Un giorno, il sovrano, maneggiando il prezioso tesoro, preso da un raptus di follia, si mise a spargerlo d'intorno e rideva come un invasato e urlava fragorosamente facendo tremare le mura del castello. Perfino Brigida cercava di calmarlo, ma le sue grida inumane giunsero dappertutto e presto accorse gente. Era un frastuono indescrivibile di servitù e soldati che scendevano le scale verso i sotterranei. Improvvisamente si udì un boato come di tuono e un fruscio impetuoso come di vortice di vento. La scena che si presentò agli occhi degli accorsi fu allucinante: il corpo esanime del Re era disteso con gli arti divaricati e gli occhi aperti e fissi di terrore. Accanto a lui si era aperta una voragine da cui usciva un fumo verdastro e lievemente odoroso di zolfo. Non vi era traccia del tesoro che era sprofondato nel sottosuolo. Il corpo del Re fu ricomposto e fu allora chiamata Rubelia il cui dolore inconsolabile e il suo pianto durarono molte lune.

Ella, Regina per immediata necessità, decise che il corpo del padre sarebbe rimasto nel sotterraneo e inserito in un sarcofago di pietra tanto grande e pesante da chiudere la voragine che si era aperta. I migliori artisti di corte istoriarono di bassorilievi le pareti della tomba. Il corpo del Re, venne imbalsamato per una perenne conservazione. Il popolo però mormorava sulla strage dei sette prìncipi e pian piano si sparse la voce dei tesori e delle incredibili storie dei sotterranei del castello i quali, peraltro, erano stati murati. La strega Brigida non ebbe alcun beneficio da quegli eventi e cercò di rintanarsi nel suo antro ai piedi del monte Naone, ma dovette subìre anch’essa la maledizione legata ai delitti che lei stessa aveva ispirato: fu condannata alla perdita dei suoi poteri magici e a ritornare alle sue sembianze di sempre e cioè in forma di “culovria”, un animale metà donna e metà serpente, ancora capace di ammaliare e terrorizzare gli uomini, ma sempre immersa nella maligna disperazione. Turoldo, il buon mago di corte che aveva sempre contrastato i cattivi propositi del Re e della stessa Brigida, pianse per la giustizia infranta. Uscì a mezzanotte dalla finestra della torre sotto sembianza di gufo e volò lungo le vallate del Casale e della Scalisa, poi sorvolò la collina di Rossignolo e ridiscese silenzioso lungo il fiume Braemi fino al colle di Bèssima. Tutto sembrava tranquillo fino a quando non fu attirato da una nenia, un lamento lieve, quasi un tenue coro continuo. Pareva che le voci stessero sospese nel vento. Fermo su un ramo di acacia ascoltò distintamente il pianto di sette anime innocenti che vagavano nei dintorni del monte e su di esse sintonizzò il suo cuore.

Il primo passo era fatto, il filo era riannodato. Prese il volo e si accorse che era seguito da uno stormo di sette colombe bianche che, giunte al castello, presero dimora nei sottotetti della torre più alta. Turoldo, rientrato nella sua officina e visibilmente contento, disse tra sé: “Le colombe sono vive, vuol dire che nulla è perduto”. Poi, stanco delle fatiche della notte, cadde in un sonno profondo e ristoratore. Il mattino successivo, dopo tante aurore tristi e uggiose, a cui il regno si era abituato, Rubelia fu svegliata da un rumore proveniente dalle vetrate della finestra principale. Scese dal letto, aprì la finestra e vide le sette colombe che giocavano festanti sul davanzale. Ignara s’illuminò. Il tempo tuttavia passava senza che nulla accadesse. Ogni tanto giungevano voci al castello di corpi di contadini trovati uccisi nelle campagne circostanti, ma questi eventi, seppur terribili, erano divenuti abituali. Da un po’ di tempo venivano trovati anche corpi esanimi di cavalieri e si diceva che quelle uccisioni fossero opera della terribile “culovria” che infestava le contrade del regno. Rubelia fece diramare un bando in cui scrisse che chiunque riuscisse a liberare quei luoghi dalla “culovria”, avrebbe ottenuto la corona reale e il suo amore. Come prova doveva essere portato alla regina un dente del mostro. Rubelia però si intristiva ogni giorno di più e appariva sempre meno in pubblico. Non si era accorta, nella sua solitudine, che un giorno anche le candide colombe del davanzale erano volate via senza più rivederle. La vita del castello scorreva malinconica e senza speranza. Un giorno di primavera inoltrata, quando il sole volgeva al tramonto e tutt’intorno la luce vermiglia tingeva le mura e la campagna e perfino il cielo, Rubelia, come ai bei tempi della sua infanzia, osservava il paesaggio attraverso una vetrata della sua camera. Di lì a poco alcuni cavalieri batterono alle porte del castello con l’intento di vedere la Regina. Erano sette ed essa accordò loro di poter entrare. Il primo cavaliere, stanco e ferito, ma con lo sguardo radioso di vittoria, si avvicinò inchinandosi e lasciò cadere nella mano della giovane Regina un sassolino verde, quasi una gemma di smeraldo, a forma di aguzzo dente. Rubelia, ammirata e piangente, comprese il prodigio e guardò dritto nelle pupille il giovane principe. Egli, anch’esso commosso, si prostrò ai suoi piedi e disse: “Mia Regina e mia Signora, l’opera straordinaria che tu hai ordinato è compiuta. Col prezioso aiuto di sei nobili e valorosi compagni, il tuo regno è liberato per sempre dall’orrendo mostro. Eccomi al tuo cospetto come ho sempre sognato”. Rubelia al sentire tali parole, si avvicinò al giovane e gli rispose: ”Alzati Principe e mio Signore! Sono pronta a condividere la tua esistenza. Quanto ai tuoi valorosi compagni, essi divideranno con noi la corte e il regno di nuovo felice di Monte Naone ”.

E vissero tutti felici e contenti.
(25 luglio, festa di S. Giacomo Apostolo)
Questo piccolo pellegrinaggio, secondo la consuetudine antica, se non si fa da vivi si farà da morti, per cui è preferibile adempiere questa devozione in questa vita. Infatti da morti si dovrà passare attraverso le spine (tante tribolazioni).
Si parte dalla chiesetta di S. Giacomo (Bellia) a mezzanotte in punto facendosi il segno della croce e portando in mano una canna tagliata a sette nodi. Il viaggio si farà nel massimo silenzio e senza interruzione (come fantasmi), pena la decadenza del voto, e pregando. L’organizzazione del viaggio si farà prima in quanto, messisi in fila, non ci si dovrà voltare indietro, nè di lato, ma con lo sguardo fisso in avanti in atteggiamento devoto. In pratica si dovrà simulare la morte vivente. Si arriverà alla cappelletta di S. Croce e quindi si farà il viaggio di ritorno a S. Giacomo sul cui tetto si getterà la canna.
Il viaggio (ormai questa pratica è pressoché scomparsa) era fatto quasi esclusivamente da donne e solo da rari uomini per lo più in veste di accompagnatori a causa dell’ora.
Durante una notte di viaggio (di circa 30 anni fa), una donna pellegrina ha sognato S. Giacomo, un uomo alto, robusto e con la barba fluente, che le disse: "Avete fatto un buono e giusto viaggio, però non vi siete confessati e comunicati". Quindi sparì. La donna disse tutto alle proprie amiche e al prete (Padre Giangrande) il quale, non giudicando il "viaggio" come cosa cattiva, fu disposto, da allora in poi, a confessare e comunicare i pellegrini.
Si racconta che un uomo in processione vide passare due donne in silenzio e in una di queste riconobbe la propria madre morta che evidentemente stava facendo il pellegrinaggio.

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