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Il S. Uffizio, questo tremendo istituto, costituito per il perseguimento della haeretica pravitas, fu in realtà, attraverso la feroce repressione delle eresie vere o presunte (e la confisca dei beni dei condannati), strumento dell’assolutismo regio, tant’è che gli inquisitori poterono sempre nei confronti del sovrano rivendicare il merito di "tener saldo il regno", così da garantire alla monarchia di Spagna l’ordine statale e sociale in una regione "piena di infedeli": giudei, maomettani, luterani e in genere seguaci di correnti religiose eterodosse.

I pericoli, in verità, erano assai minori di quelli prospettati, né è da credersi a una Sicilia infestata da fermenti ereticali, come l’abbondanza dei giudizi e il gran numero di roghi accesi a consumare atrocemente i destini delle infelici vittime vorrebbero far credere. Bastava poco per essere accusati di "eresia". Bastava poco per l’accusa e poco passava fra l’accusa e la condanna, ché, nel fanatico zelo dei giudici, nella sommarietà e nella violenza delle procedure, esperite senza rispetto dei diritti della difesa e al di fuori da ogni garanzia canonica, al disgraziato non era dato scampo una volta finito nel torchio del S. Uffizio.
Così, per tre secoli, dalla sua istituzione nel 1487 alla soppressione nel 1782, la Sicilia si pianse il S. Uffizio.
Si cominciò in sordina con un delegato senza stabile dimora, il domenicano Antonio La Pegna, il quale fu tanto zelante che ad agosto aveva già acceso il primo rogo: toccò ad Eulalia Tamarit, colpevole di essere ebrea.Fino al 1513, quando il Tribunale dell’Inquisizione divenne permanente, vennero condannati altri 27 infelici; poi, nell’anno della stabilizzazione dell’organo, quasi a celebrare l’evento, d’un colpo solo i roghi furono 35, e non tutti di vivi, poiché tanto era il furore della vendetta che fra le fiamme platealmente furono spediti persino i cadaveri di coloro che nell’attesa dell’esecuzione capitale erano deceduti: furono disseppelliti e arsi a pubblico esempio.
All’epoca della nostra storia, che si svolge agli inizi del Settecento, l’implacabile persecuzione si era un po’ moderata: i processi si concludevano con più miti condanne e l’ultimo rogo si era acceso circa mezzo secolo addietro. Nel 1724, però, gli inquisitori si destarono dal lungo torpore, allorquando si ritrovarono in carcere due infelici, cui, avendo loro accollato l’etichetta di "eretici formali impenitenti", non altra sorte poteva essere riservata che quella d’esser arsi vivi, e li destinarono difatti all’esemplare autodafè, l’"atto pubblico di fede" (una circonlocuzione questa per non indicare chiaramente l’atrocità della condanna, ma si trattava in concreto di arrostirli).Immane e irredimibile, del resto, il loro peccato: entrambi religiosi e nativi di Caltanissetta, suor Geltrude Maria, terziaria benedettina, e fra Romualdo, monaco agostiniano scalzo, erano caduti in errore di quietismo (1) e di molinismo (2).
Fu così che suor Geltrude e fra Romualdo finirono nelle carceri dello Steri, sede dell’Inquisizione, nel 1699; si chiamavano al secolo Filippa Cordovana e Ignazio Barberi e contavano allora 32 anni. In carcere vi rimasero per quattro anni, sempre a protestare l’onestà della loro fede e la loro castità.
Quietismo: movimento mistico e religioso del secolo XVII, sorto nell’ambito del cattolicesimo ma condannato dalla Chiesa, secondo cui l’unione con Dio si può raggiungere mediante uno stato di passività e contemplazione, fino all’annullamento di ogni volontà e responsabilità umana.
Monilismo: nome del gesuita spagnolo Luid de Molina (1536 –1600); dottrina che sviluppa la tesi dell’infallibilità della grazia divina basata sulla previsione divina della futura libera adesione della volontà dell’uomo alla grazia stessa.
Obbligati a far penitenza, ostinatamente si rifiutarono di ammettere colpe che non si riconoscevano, e tanto erano stati seviziati che gridarono in faccia ai giudici di sapere, per rivelazione divina, che l’Inquisizione era opera del diavolo. Così si persero: furono dichiarati eretici formali impenitenti e pertinaci e destinati alla giustizia del fuoco, "per la purificazione dello spirito e del corpo". Ma non subito vennero consegnati al carnefice: si voleva il recupero delle loro anime, e dalla Spagna giunse l’ordine che stessero segregati fino al pentimento.Ma quale pentimento? Quelli restavano refrattari a prigione e torture. Alla fine, visto che non si riusciva a convincerli, nell’ottobre del 1720 giunse l’ordine della esecuzione, e tuttavia quelli rimarranno ancora per quattro anni a gemere nelle segrete dello Steri; quando infine, il 6 aprile 1724, fu solennemente celebrato l’"atto pubblico di fede", apparecchiato nel piano di S. Erasmo, avevano passato i 57 anni ormai e ne avevano tribolati quasi la metà in cella.
UN ERRORE DI GIUSTIZIA
Sebbene assai rari fossero i casi di assoluzione in istruttoria, non può dirsi che questi talora non capitassero. Toccò proprio a una sorella di suor Geltrude di esser riconosciuta innocente dopo aver scontato una lunga detenzione: tre anni e otto mesi di duro carcere; e non altra colpa aveva la poveretta se non quella di essere congiunta dell’altra. Fu il suo, dunque, il caso di un riconosciuto errore di giustizia, che è comune in ogni tempo, né certo la vicenda dell’infelice – indagata un secolo fa dal La Mantia negli atti dell’Inquisizione – meriterebbe ricordo se non fosse per l’originalità dei bizzarri sviluppi che ebbe la vicenda giudiziaria che si protrasse per 169 anni.
Si chiamava al secolo Margherita Cordovana ed era monaca benedettina come la sorella, sotto il nome di suor Amata di Gesù: con suor Geltrude venne incarcerata fra il giugno e il luglio del 1699 e solo nel febbraio del 1703 riacquistò la libertà. Ma, proprio quando sembrava che i guai fossero finiti, per altro verso ricominciarono: il Tribunale aveva fatto i conti e calcolato che il mantenimento in carcere della donna, per tutti quegli anni, era costato 40 onze di alimenti, e ora ne pretendeva il rimborso.
Ma come? Era stata sottratta al monastero, infamata, tenuta in prigionia, inquisita, vessata sebbene innocente, e malgrado ciò si pretendeva persino che pagasse? Così andavano le cose col foro dell’Inquisizione, che viveva sulle rendite di multe e confische e con esse doveva mantenere uno stuolo di consultori e familiari, di impiegati e persino una propria polizia segreta, col solo compito di spiare, e poiché le denunzie fruttavano in percentuale, ecco che i delatori pullulavano; ma costavano pure, come costava l’intera impalcatura tribunalizia, sicché già fin dagli inizi del Settecento gli inquisitori lamentavano crescenti ristrettezze economiche, sebbene di soli interessi bancari sui capitali provenienti dalle confische il S. Uffizio percepisse quattromila onze l’anno. Una cifra ragguardevole a quei tempi.
CONFISCA DI TUTTI I BENI AI TRE FRATELLI CORDOVANA
A suor Amata non restò altro che di piegarsi e si obbligò, con la fideiussione del fratello Gioacchino, a versare venti onze l’anno; non le pagò, però, perché non le aveva, e il S. Uffizio non perse tempo ad incamerarsi tre salme e undici tumuli di terreno e un tenimento di quattro case, eredità paterna, che la poveretta possedeva in territorio di Caltanissetta; né fu sufficiente, perché successivamente confiscò un altro appezzamento di terreno, di pari estensione, appartenente a Gioacchino, e nel 1724 portò via terre e case di suor Geltrude, allora riconosciuta colpevole e condannata al fuoco.
A quarant’anni di distanza, di solo reddito dominicale il podere di suor Amata aveva fruttato al Tribunale 148 onze, e la donna, ormai vecchissima e ridotta in miseria, ardì di fare i conti in tasca agli inquisitori e nel 1742 chiese "all’incorrotta giustizia ed integrità" di quei magistrati che le venissero restituite le terre e le fosse rimborsata la differenza di 108 onze, potendo ritenersi il suo debito ormai soddisfatto. Morì illusa in quell’anno stesso, lasciando erede dei propri diritti un parente, tale Emanuele Miraglia.E Miraglia subito si diede ad invocare il recupero delle terre e del credito di suor Amata. Ma il Tribunale tenne duro: le terre gli appartenevano – eccepì – in forza della doppia incorporazione eseguita dei beni di suor Amata e del fratello Gioacchino, poiché il debito non era stato assolto, e per il decorso del tempo tale possessione era da considerarsi usucapita; in ogni caso, la sopravvenuta condanna di suor Geltrude al rogo aveva instaurato il S. Uffizio nel diritto di confisca, né molto importava che le terre rivendicate fossero della sorella innocente, sicché insomma, per l’insolvenza dell’una o per l’eresia dell’altra, terre e case ora appartenevano pleno iure al Tribunale.
Miraglia comprese l’antifona, intuì che non l’avrebbe spuntata con quei rapaci e mutò registro; chiese e ottenne che i terreni e le abitazioni almeno gli venissero concessi in enfiteusi, e il 4 marzo 1742 stipulò con gli inquisitori Franchina, Ventimiglia e Montoye una transazione, in forza della quale si obbligava a pagare al Tribunale in perpetuo un canone annuo di dieci onze per la conduzione della proprietà e ad eseguire nelle terre migliorie e benfatti per una spesa di cinquanta onze, pena la rivalsa sui propri beni; gli toccò per soprammercato di sottoscrivere che riconosceva l’accordo, non solo perfettamente legale, ma anche giusto e vantaggioso e che lo accettava grato animo.Per molti anni pagò, e dopo di lui il figlio Michele, ma, allorché nel 1782, con gran festa di popolo e rogo d’incartamenti e suppellettili, il S. Uffizio venne soppresso, i pagamenti furono interrotti.La fecero franca per più di mezzo secolo i Miraglia, succedutisi di generazione in generazione nel possesso delle case e delle terre, fino a che nel 1836 lo Stato, subentrato nei diritti all’abolito Tribunale, facendo una ricognizione dei conti della soppressa azienda inquisitoriale, non s’avvide di quella partita e si diede a reclamare la riscossione del credito; tuttavia, l’esattore comunale di Caltanissetta, cui competeva l’esazione del tributo, dovette ormai accontentarsi di pretendere il pagamento dei soli canoni dell’ultimo decennio: poco meno di 105 onze, con l’aggravio degli interessi legali.
Ma il titolo, vale a dire la transazione del 1742, non si trovava e l’esattore sosteneva il proprio diritto di riscossione sulla scorta dei vecchi pagamenti eseguiti all’Inquisizione: insomma, se i Miraglia avevano pagato un censo annuo fino al 1782, segno era che erano tenuti al pagamento in perpetuo.I figli di Michele, succeduti al padre, si opposero, contestando l’efficacia giuridica della prova addotta, e la controversia si trascinò per un trentennio attraverso ben cinque gradi e ordini di giudizio, sballottata fra le corti di Caltanissetta, Palermo e Catania.Intanto, il contratto enfiteutico del 1742 era stato rinvenuto e ai Miraglia era toccato di cambiar linea di difesa: se il loro avo si era assoggettato al canone, dissero, era pur vero che il contratto era stato stipulato "con violenza e terrore", sicché era da reputarsi viziato alle radici e per di più aveva per oggetto beni che di diritto dovevano spettar loro perché confiscati alle povere Cordovano e al fratello di esse.
Dall’altra parte, l’Amministrazione finanziaria, tenacissima, non mollava: si era pervenuti al 1867; allo Stato borbonico era subentrato il Regno d’Italia, agli eredi Miraglia altri eredi della stessa famiglia, e l’Intendenza di finanza adesso reclamava trenta annualità di canoni fino a quell’anno.Come si concluse? I nuovi Miraglia, esausti dal lungo combattere, ricorsero con una petizione nientemeno che in Parlamento, invocarono l’estinzione dei procedimenti, il riconoscimento del loro libero possesso delle terre, la rinuncia da parte dell’amministrazione finanziaria ai futuri canoni, la restituzione di tutte le annualità pagate dai loro avi fin dal 1742, poiché quella storia era insorta dall’ingiusta confisca operata dal Tribunale dell’Inquisizione.
La spuntarono, ma ci volle un voto della Camera, che l’8 marzo 1868, riconoscendo il loro buon diritto, delegò il ministro delle finanze al bonario componimento della questione. Trascorsero poi altri quattro anni, e infine il 23 febbraio 1872 si addivenne a una transazione: tutti i giudizi venivano abbandonati, il contratto d’enfiteusi del 1742 era dichiarato nullo perché estorto con violenza e terrore, le terre di Caltanissetta erano riconosciute di libera e assoluta proprietà dei Miraglia, i quali non avrebbero dovuto più pagare i canoni arretrati; in compenso, essi rinunziavano ad ogni pretesa sulle annualità versate.Era un accordo equo, tutto sommato: c’erano voluti 169 anni, ma alla fine giustizia era stata fatta.
C.A.Pinnavaia

Il processo "accusatorio" s’intraprende dal giudice colla precedenza dell’accusa per mezzo del libello accusatorio intentata, in cui devesi porre una succinta e precisa storia del fatto, il nome dell’accusatore, dell’accusato, del giudice, del delitto, della persona contro di cui e con cui fu commesso, nonché il tempo in cui è seguito, e niente più; poscia ricercasi in questo processo la sicurtà dell’accusatore, la risposta del reo, le prove e le riprove, e la sentenza".

Al contrario, nel "processo inquisitorio", che "il giudice intraprende ex officio, senza precedenza di formale accusa, per una nuda e semplice segreta notizia o denunzia, o anche per la sola fama, inquisire egli e intorno il delitto occulto e le di lui circostanze, ed intorno l’autore. Va egli ammassando prove di ogni genere, cita testimoni, li esamina e forma gli articoli inquisizionali ai quali il reo deve rispondere, e in difetto di piena prova contro il reo che nega il delitto, procede con mezzi straordinari per estorquere dalla bocca del medesimo quella parte di prova che lui manca per condannarlo, e finalmente si procede alla sentenza".

Anche le denuncie anonime, o "accuse segrete" a firme fantasiose (S.S. Trinità, o anime del Purgatorio, ecc.) innescano un procedimento penale, costituendo, di fatto, e "abusivamente" un "capo accusatorio", dopo quello pubblico e privato. "Non v’è paese nelle provincie [del Regno] dove non vi siano calunniatori di professione… ogni diceria, ogni sospetto, l’invidia istessa somministra materia ai loro iniqui romanzi".

I "mezzi straordinari" adottati dai giudici per far ammettere ai presunti rei la piena colpevolezza dei gravi reati a loro imputati, erano le inumane torture a cui venivano sottoposti incessantemente, fino a quando non avessero confessato (spesso il "falso").

Per Cesare Beccaria ("Dei delitti e delle pene" – edita nel 1764) non può erogarsi la tortura poiché "un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice (…). Qual è dunque quel diritto, se non quello della forza che dia potestà ad un giudice di dare una pena ad un cittadino mentre si dubita se sia reo o innocente?".

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