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Antonio Gagini

Pubblicato in Persone Illustri

Antonio Gagini, figlio di Domenico Gagini, fu uno dei più noti scultori del XVI secolo in Sicilia. Ispiratosi inizialmente alle opere del padre e di Francesco Laurana esplose letteralmente nella sua maturità divenendo il punto di riferimento di tutti gli artisti siciliani. La sua opera si distaccò dalle influenze lombarde, venete e toscane, a cui si ispiravano i suoi predecessori, donando originalità alla scuola scultorea siciliana. Il suo genio lo fece conoscere in tutta la Sicilia, cosicché una moltitudine di personaggi nobili e religiosi gli commissionò una  quantità notevole di opere.

La sua bottega divenne così una ottima scuola per i giovani artisti, frequentata tuttavia anche da molti maestri che aiutavano così Antonello a ultimare le numerose opere commissionategli. Le opere sfornate dalla famosa bottega di Antonello Gagini si trovano in tante città della Sicilia; in particolare a Piazza Armerina le ritroviamo all’interno della Cattedrale, arco del fonte battesimale, nella chiesa del Carmine, Madonna col Bambino, nel convento di San Francesco, balcone gaginesco (spendido!), nella chiesa di S. Pietro, Madonna delle Grazie e arcata marmorea all’interno della cappella dei Trigona Cimia.

C’era una volta nel centro della Sicilia il regno felice di Monte Naone. Il suo re si chiamava Jovàno e la regina Sara. Il castello sulla cima del monte dominava le vallate d’intorno e le pianure. Al servizio del re vi era pure un sapiente di nome Turoldo che alcuni indicavano come mago e altri come santo, tanto era votato al bene. Passava la gran parte del suo tempo in una torre del castello dove conduceva studi ed esperimenti. In quel regno viveva nascosta una strega molto malvagia di nome Brigida e una volta riuscì a prendere così bene l’aspetto della regina Sara che neppure il Re riuscì ad accorgersi della sostituzione e, quando la Regina stava per partorire, fece il suo sortilegio. Nacque Rubelia per la gioia del Re e dei suoi sudditi, ma l’evento fu funestato dalla morte della Regina stessa a causa del parto. La piccola principessa cresceva così leggiadra che ogni cosa spiacevole si annullava di fronte alla sua grazia.

La sua bellezza eguagliava quella di un giorno di maggio: l'azzurro dell’alba era nei suoi occhi, la luce del sole mattutino usciva dall'oro dei suoi riccioli, la carnagione era trasparente come l'acqua dei ruscelli, le sue gote avevano la delicata tinta dei fiori di pesco. Il Re sapeva quanto fosse importante Rubelia per la conservazione del regno di Monte Naone ora che la sua adorata regina era morta, ma, col passare degli anni, il Re si intristiva sempre più pensando alla figlia già adolescente e al regno senza discendenza. Fino ad allora la vita di corte era stata piacevole: i cavalieri al servizio provvedevano a esaltare il senso dell'onore e del sentimento raccontando dei viaggi e delle gesta; i musici, i cantori e i poeti deliziavano d’amor cortese; spesso giungevano al borgo fortificato giocolieri e saltimbanchi e sempre venivano invitati al castello per far divertire la giovine principessa. Un giorno il sovrano decise di invitare tutti i giovani principi del regno affinché potesse offrire in isposa la figlia a colui che avesse portato in dote la maggiore ricchezza. Dopo otto settimane cominciarono a giungere al castello notizie della partecipazione alla festa di sette principi regnanti che, avendo saputo della eccezionale bellezza di Rubelia, esprimevano il desiderio di averla in isposa promettendo tutte le ricchezze in loro possesso.

I prìncipi cominciarono ad arrivare ad uno ad uno accompagnati da uno stuolo di servitori e di cavalcature cariche di doni. Ma il Re, appena lo seppe, si rifugiò nella più riposta sala del castello e concepì una malsana idea. “Organizzando un agguato lungo le strade d'accesso al regno, - disse tra sé - potrò impadronirmi del tesoro di ogni principe e darne la colpa ai molti briganti che infestano le contrade di ogni dove! Nessuno potrà muovermi accuse se tutto sarà fatto in segretezza”. Così pensò e così fece. Dunque Jovàno, aiutato da Brigida, s’impadronì dei tesori e, ogni giorno scendeva nei sotterranei del castello dove, in una apposita sala, aveva nascosto e accumulato tutto. Vi erano sette forzieri di legno e cuoio rinforzato con borchie e maniglie il cui contenuto destava grande meraviglia: monete d’oro e d’argento, collane di perle e preziosi monili con gemme incastonate di rara bellezza. Pure emergevano dai forzieri fiori e frutti d'oro sfolgoranti e pregiato vasellame. Un giorno, il sovrano, maneggiando il prezioso tesoro, preso da un raptus di follia, si mise a spargerlo d'intorno e rideva come un invasato e urlava fragorosamente facendo tremare le mura del castello. Perfino Brigida cercava di calmarlo, ma le sue grida inumane giunsero dappertutto e presto accorse gente. Era un frastuono indescrivibile di servitù e soldati che scendevano le scale verso i sotterranei. Improvvisamente si udì un boato come di tuono e un fruscio impetuoso come di vortice di vento. La scena che si presentò agli occhi degli accorsi fu allucinante: il corpo esanime del Re era disteso con gli arti divaricati e gli occhi aperti e fissi di terrore. Accanto a lui si era aperta una voragine da cui usciva un fumo verdastro e lievemente odoroso di zolfo. Non vi era traccia del tesoro che era sprofondato nel sottosuolo. Il corpo del Re fu ricomposto e fu allora chiamata Rubelia il cui dolore inconsolabile e il suo pianto durarono molte lune.

Ella, Regina per immediata necessità, decise che il corpo del padre sarebbe rimasto nel sotterraneo e inserito in un sarcofago di pietra tanto grande e pesante da chiudere la voragine che si era aperta. I migliori artisti di corte istoriarono di bassorilievi le pareti della tomba. Il corpo del Re, venne imbalsamato per una perenne conservazione. Il popolo però mormorava sulla strage dei sette prìncipi e pian piano si sparse la voce dei tesori e delle incredibili storie dei sotterranei del castello i quali, peraltro, erano stati murati. La strega Brigida non ebbe alcun beneficio da quegli eventi e cercò di rintanarsi nel suo antro ai piedi del monte Naone, ma dovette subìre anch’essa la maledizione legata ai delitti che lei stessa aveva ispirato: fu condannata alla perdita dei suoi poteri magici e a ritornare alle sue sembianze di sempre e cioè in forma di “culovria”, un animale metà donna e metà serpente, ancora capace di ammaliare e terrorizzare gli uomini, ma sempre immersa nella maligna disperazione. Turoldo, il buon mago di corte che aveva sempre contrastato i cattivi propositi del Re e della stessa Brigida, pianse per la giustizia infranta. Uscì a mezzanotte dalla finestra della torre sotto sembianza di gufo e volò lungo le vallate del Casale e della Scalisa, poi sorvolò la collina di Rossignolo e ridiscese silenzioso lungo il fiume Braemi fino al colle di Bèssima. Tutto sembrava tranquillo fino a quando non fu attirato da una nenia, un lamento lieve, quasi un tenue coro continuo. Pareva che le voci stessero sospese nel vento. Fermo su un ramo di acacia ascoltò distintamente il pianto di sette anime innocenti che vagavano nei dintorni del monte e su di esse sintonizzò il suo cuore.

Il primo passo era fatto, il filo era riannodato. Prese il volo e si accorse che era seguito da uno stormo di sette colombe bianche che, giunte al castello, presero dimora nei sottotetti della torre più alta. Turoldo, rientrato nella sua officina e visibilmente contento, disse tra sé: “Le colombe sono vive, vuol dire che nulla è perduto”. Poi, stanco delle fatiche della notte, cadde in un sonno profondo e ristoratore. Il mattino successivo, dopo tante aurore tristi e uggiose, a cui il regno si era abituato, Rubelia fu svegliata da un rumore proveniente dalle vetrate della finestra principale. Scese dal letto, aprì la finestra e vide le sette colombe che giocavano festanti sul davanzale. Ignara s’illuminò. Il tempo tuttavia passava senza che nulla accadesse. Ogni tanto giungevano voci al castello di corpi di contadini trovati uccisi nelle campagne circostanti, ma questi eventi, seppur terribili, erano divenuti abituali. Da un po’ di tempo venivano trovati anche corpi esanimi di cavalieri e si diceva che quelle uccisioni fossero opera della terribile “culovria” che infestava le contrade del regno. Rubelia fece diramare un bando in cui scrisse che chiunque riuscisse a liberare quei luoghi dalla “culovria”, avrebbe ottenuto la corona reale e il suo amore. Come prova doveva essere portato alla regina un dente del mostro. Rubelia però si intristiva ogni giorno di più e appariva sempre meno in pubblico. Non si era accorta, nella sua solitudine, che un giorno anche le candide colombe del davanzale erano volate via senza più rivederle. La vita del castello scorreva malinconica e senza speranza. Un giorno di primavera inoltrata, quando il sole volgeva al tramonto e tutt’intorno la luce vermiglia tingeva le mura e la campagna e perfino il cielo, Rubelia, come ai bei tempi della sua infanzia, osservava il paesaggio attraverso una vetrata della sua camera. Di lì a poco alcuni cavalieri batterono alle porte del castello con l’intento di vedere la Regina. Erano sette ed essa accordò loro di poter entrare. Il primo cavaliere, stanco e ferito, ma con lo sguardo radioso di vittoria, si avvicinò inchinandosi e lasciò cadere nella mano della giovane Regina un sassolino verde, quasi una gemma di smeraldo, a forma di aguzzo dente. Rubelia, ammirata e piangente, comprese il prodigio e guardò dritto nelle pupille il giovane principe. Egli, anch’esso commosso, si prostrò ai suoi piedi e disse: “Mia Regina e mia Signora, l’opera straordinaria che tu hai ordinato è compiuta. Col prezioso aiuto di sei nobili e valorosi compagni, il tuo regno è liberato per sempre dall’orrendo mostro. Eccomi al tuo cospetto come ho sempre sognato”. Rubelia al sentire tali parole, si avvicinò al giovane e gli rispose: ”Alzati Principe e mio Signore! Sono pronta a condividere la tua esistenza. Quanto ai tuoi valorosi compagni, essi divideranno con noi la corte e il regno di nuovo felice di Monte Naone ”.

E vissero tutti felici e contenti.
(25 luglio, festa di S. Giacomo Apostolo)
Questo piccolo pellegrinaggio, secondo la consuetudine antica, se non si fa da vivi si farà da morti, per cui è preferibile adempiere questa devozione in questa vita. Infatti da morti si dovrà passare attraverso le spine (tante tribolazioni).
Si parte dalla chiesetta di S. Giacomo (Bellia) a mezzanotte in punto facendosi il segno della croce e portando in mano una canna tagliata a sette nodi. Il viaggio si farà nel massimo silenzio e senza interruzione (come fantasmi), pena la decadenza del voto, e pregando. L’organizzazione del viaggio si farà prima in quanto, messisi in fila, non ci si dovrà voltare indietro, nè di lato, ma con lo sguardo fisso in avanti in atteggiamento devoto. In pratica si dovrà simulare la morte vivente. Si arriverà alla cappelletta di S. Croce e quindi si farà il viaggio di ritorno a S. Giacomo sul cui tetto si getterà la canna.
Il viaggio (ormai questa pratica è pressoché scomparsa) era fatto quasi esclusivamente da donne e solo da rari uomini per lo più in veste di accompagnatori a causa dell’ora.
Durante una notte di viaggio (di circa 30 anni fa), una donna pellegrina ha sognato S. Giacomo, un uomo alto, robusto e con la barba fluente, che le disse: "Avete fatto un buono e giusto viaggio, però non vi siete confessati e comunicati". Quindi sparì. La donna disse tutto alle proprie amiche e al prete (Padre Giangrande) il quale, non giudicando il "viaggio" come cosa cattiva, fu disposto, da allora in poi, a confessare e comunicare i pellegrini.
Si racconta che un uomo in processione vide passare due donne in silenzio e in una di queste riconobbe la propria madre morta che evidentemente stava facendo il pellegrinaggio.

La costruzione del Castello Aragonese è datata dal 1392 al 1396. La fortezza fu voluta dall'allora Re di Sicilia Martino I il Giovane da una parte per scopi prettamente difensivi, dall'altra quale sede per un suo preposto; essendo infatti un castello demaniale, la nomina del castellano era riservata al re. Quest'ultimo, quale detentore del potere politico e militare aragonese, doveva tenere a bada le mire anarchiche dei feudatari. Il castello fu anche protagonista della scena economica della città, visto che il castellano imponeva pesanti tasse (diritti di castellania) alla popolazione. Dal 1438 in poi non si hanno più notizie storiche riguardo il castello fino al 1812, data in cui fu varata la legge di soppressione delle castellanie e la fine del sistema feudale. Dopo tale data il castello venne adibito a carcere. Da pochi decenni è passato in mano a privati.

Dal punto di vista prettamente architettonico il castello Aragonese appare piuttosto tozzo e poco slanciato; questo perché mancante dell'ultimo piano (di cui restano solo alcune testimonianze). Della sua costruzione trecentesca rimangono solo alcune tracce delle fondazioni.
La pianta è quadrangolare, ai cui angoli sono poste quattro torri anch'esse quadrangolari.
Una di queste torri è stata interamente ricostruita, spicca infatti per la sua posizione decentrata rispetto alle altre. L'unico portale è quello rivolto a sud; si stenta a credere che questo abbia avuto funzione di portale principale, visto che è situato nel lato dove sarebbero dovuti avvenire gli ipotetici attacchi da parte degli aggressori. Il fianco meridionale risulta l'unico lato spezzato nella sua continuità da finestre e merli posticci, mentre le restanti superfici murarie si presentano liscie e prive di aperture. Quando fu adibito a carcere il castello fu oggetto di modifiche soprattutto nella parte interna.

Palazzo Trigona

Pubblicato in Palazzi antichi

Il palazzo, già nei suoi esterni, si propone come uno dei più autorevoli esempi di architettura civile nell'ambito della vasta tipologia palaziale del barocco siciliano, esprimendo la sua rilevanza monumentale anche qualificando scenograficamente e prestigiosamente lo spazio urbano sul quale si affaccia.
La consuetudine di affermare la rappresentatività di un casato nell'ambito della città, soprattutto attraverso la fabbrica di imponenti edifici entro piazze o assi viari principali dell'abitato, si era affermata in Sicilia a partire dalle grandi riforme urbanistiche palermitane (il Cassero e Via Maqueda, 1565 - 1605), fino alla sistematica applicazione di politiche di riforma finalizzate al "decoro della città", secondo una logica di pianificazione squisitamente barocca.

Palazzo Trigona della Floresta sorge nella piazza del Duomo, alla sommità dell'abitato, in un paesaggio urbano tra i più emozionanti, dove tutte le architetture che vi prospettano (il palazzo, la Cattedrale ed il vescovato), sono legate dalla trama dell'antico selciato.
Palazzo TrigonaMatteo Trigona, futuro vescovo di Siracusa, ed il fratello Ottavio iniziarono ad occuparsi fattivamente di tale opera attorno al 1690, quando intrapresero le operazioni d'acquisto delle case circostanti a quelle già di loro proprietà (esistono tutti gli atti notarili).
Il Palazzo Trigona a breve sarà per eccellenza il “Museo archeologico della città”. Si conclude in questo modo l’attesa che durava da anni per vedere finalmente il Palazzo Trigona trasformarsi in Museo collocato in pieno centro storico del quartiere Monte ed attiguo alla Basilica della Cattedrale, la Pinacoteca ( con lavori quasi completati), Castello Aragonese e con i vari palazzi antichi prossimi ad essere restaurati da una società immobiliare svizzera per trasformarli in Hotel di lusso. Un momento questo che dovrebbe rilanciare la città ed il suo centro storico alla visione di turisti, visitatori ed addetti ai lavori ed economicamente. Da qui parte la rinascita del quartiere nobile medioevale della città di Piazza Armerina.

La Città

Pubblicato in Piazza Armerina

Piazza Armerina è un comune della Sicilia centro-orientale situato sui monti Erei a circa 700 m  di altitudine, dista 30 km da Enna, la sua provincia, e conta  20.766 abitanti.

Piazza Armerina,  famosa e riconosciuta nel mondo per i mosaici della Villa Romana del Casale, presenta un splendido centro storico barocco, presieduto dall'imponente Duomo, che, occupando la posizione più elevata (721 m) della città, ha tutt'intorno il nucleo antico. Centro storico capace di riportarci indietro nel tempo per le sue caratteristiche assai antiche: le viuzze medievali, i bei palazzi rinascimentali e barocchi, come il Palazzo Trigona, e poco lontano da questo il Castello Aragonese.

Il centro storico, considerato il gioiello della città, è un concentrato di storia da vivere, grazie alle numerosissime Chiese, i Palazzi storici divenuti musei archeologici ed espositivi, i Conventi e le strade che mantengono uno splendore fedele nel tempo.
Altra caratteristica sono i quattro Quartieri Medioevali della città, uno dei quali il centro storico, anch’essi ricchi di storia. Ogni anno, come la tradizione vuole, i quattro quartieri, si contendono il Vessillo della patrona, Maria SS. delle Vittorie, nel Palio dei Normanni durante il Ferragosto Armerino (date 12-13-14-15 Agosto).
Durante il Ferragosto Armerino, la città, si prepara a rivivere, un passato glorioso, ricco di eventi storici che oggi rappresentano un vera e propria attrazione turistica.

La città, attorniata da foreste, boschi e riserve naturali, è il 37° comune italiano per superficie con un'estensione di 302 km². Infatti Piazza Armerina è tra i comuni di maggior riferimento della provincia. Le meravigliose foreste del parco della Ronza, i boschi, altri siti quali: il lago d'Olivo, creato a scopi irrigui, il sito archeologico di Montagna di Marzo, la Riserva naturale orientata Rossomanno Grottascura Bellia, sono le aree verdi protette dalla Regione per la tutela di un vero e proprio polmone verde, patrimonio della collettività.
Il bosco di Rossomanno, che ricade proprio nel territorio Armerino, prende nome dall'omonimo monte. Caratterizzato da una fitta selva e predominato da alberi di eucalipto, i suoi sentieri sono stati recentemente tracciati per favorire le attività sportive di mountainbike, escursionistiche e di trekking. Un posto all'aperto diventato luogo di incontro e di svago per gli appassionati dello sport.

Piazza Armerina è un concentrato d’arte e cultura, ideale per gli amanti delle attrazioni: storiche, escursionistiche e del relax. Essa è, infatti, un meraviglioso connubio tra storia e natura, e grazie ai  suoi 20.000 ettari di boschi lussureggianti, presenta, durante le giornate estive un clima caldo, ideale per una piacevole villeggiatura.

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