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Il ponte

Pubblicato in Poesie e racconti

Sei qui, appena sbarcato
assoluto randagio
nell'atmosfera hollywoodiana
come un asso fuori posto
improvvisi condizioni di scadenze.

Del resto potresti pentirti
confidare vaghe istruzioni a un volo
di marionette in partenza, fili strappati,
melagrana di parole perdute
indirizzi profani

e un canto degli spiriti sull'acqua.
Non lontano, lungo la Nord-Sud, dove si
diparte a vu e s'acquietano gli azzurri
ho conosciuto la sotterranea città.
Joie, perdona!

Avrei dovuto cercarti nell'acido
versante degli anni
chiedendoti più volte la luce distillata
liquida dal cielo digitale:
disincanto.

Credevo fossi pioggia
le mani scodelle, l'esistenza
un pesce rosso da salvare.
Con quel fare da scacchista, artista
contrastato e segretario, tienimi al centro

nel pantheon stradale, dove mutazioni
caduta del vento ridestano i profeti del giorno dopo
E un giorno qualsiasi
chiedevo: sei tu quell'asciutto mentale?
Alleluia e mattino sei tu? In fondo,

sapevi del volo leggerissimo della madre sul
nido. Poi trattavi, ritrattavi con
le briciole che siamo.
Passeggiavo sul ponte, saluti, sconnessioni
blablablà dal finestrino.

Obsession

Pubblicato in Poesie e racconti

Agli amanti che osservi
cercandone i nomi
invisibile è il gioco.
Devi muovere i nomi
attraverso parole
muoverli in fretta
su trame, gli spazi, le gole.
Un ossessione
che uno stupido
(o vano sognatore)
volle, sfidando gli dei
mischiare all'amore.

Opaline

Pubblicato in Poesie e racconti

Alcune gocce somigliano al mare
traboccante dagli occhi
negli occhi costante.
Altre sintetiche opaline
sgusciate dove il non detto inciampa
in sorrisi di campi freschi
adagio
ossidando aria remota.
E il trucco incanta
dissipato dalla piena
segnando tracce nere al suo passaggio.

Chiari incontri di Luna stradale.
Scolpite le tue mani sulle braccia d'asfalto,
gli occhi
riprendono a viaggiare.
Solo felicità di sentirti
nudità accanto.
Ché so di sillaba, nera ortica
se chiedo un bacio stralunato?

Toluene

Pubblicato in Poesie e racconti

Il presente. Oltre
l'inquinante grigiocervello
bruciarsi di tempie e capelli.
Adesso me, corpo-oggetto antiorario,
strategie d'un attimo invento. Toluene

fantastico e rallento, terapia
di dolce smorfia
seducente come zingara.

Calda
tantalica, si svetta
istantanea fiumana d'insonnia.

Fantasmi crederai
sfamano la fame, mangia la poesia
farfalle latine

in caduta, liberamente.
Poi
incomprensibile

sequenza che evade
raggiante, la luminosità
in sottofondo

chiaro, rumore di partenze.

Il mare più bello chiedilo a un bambino
tra le ciglia addormentato
calmo, rumoroso vociante
chiedilo adesso
è l'ora dei giochi
è sangue
porpora di parole e troppo chiasso.
In tempo
per un sorriso dirottato in fondo al mare
il più triste dei mari
oro azzurro degli stretti di Levante
ma non era odio
non era amore ricordi?
Erano bracci e anelli che cercavi tra migliaia
spine
sottane del lontano, dell'andare
il gesticolare al tuo fianco incidentato
ma non era odio
scarpine in fila indiana. Andate.
E' il tuo momento, tesoro
il tuo momento
c hiedi a un bambino il sogno più nitido
sigilla i suoi (o i tuoi) nelle palme di sale.

E cercami, pretendimi.

Veli scendevano soffici come fiocchi di neve davanti a finestre illuminate e le immagini della sua vita intrecciate parevano fluttuare davanti a lei; un profumo d’infanzia si levava da scatole e cassetti, le luci crepitavano. Dylan disse - Raccontami la fiaba, voglio sentirla dalla tua voce. Caterina cominciò… ”C'era una volta una donna che giocava con una macchina sconosciuta e senza tempo. Una notte, un misterioso individuo compose e le donò parole sul silenzio. Lei le ammirò incantata, chiedendosi se quell'uomo fosse un indovino o un cantastorie. Rispose alle parole, per mantenere in vita questa magia…
In un altro tempo, in un altro luogo, accadeva che Dylan, nè cantastorie nè indovino, parlasse una lingua segreta, senza sostantivi, usando solo verbi impersonali (come nella mitica città di Tlön) e non riuscisse a chiamare niente col proprio nome perchè nessun nome esisteva, finanche il suo.
Si sentì confuso, senza un idioma, balbettando oscure storie sotterranee e inarticolate, da-da-da continui ed insistenti. Cercò un nome, dal sapore di sillaba o nera ortìca, per ricordare di esistere ed essere reale. Così scelse per sé il nome del poeta Dylan Thomas, che usava parole come fossero mani per plasmare e i suoi versi, un unico oggetto poetico senza nome, irradiavano sfolgorii dalle tenebre. Ritrovò un frammento di Parola perduta, distillata nell'atanor della Memoria e ripetuta così tante volte d’aver perso ogni significato; l’annodò con fili eterei alla propria schiena, tirandola a fatica lungo la viva strada ruvida. Voltandosi indietro, vide la Parola scorticarsi. Il sangue secco, raggrumato e le ferite come bocche maldicenti, la trasfigurarono in una spaventosa creatura che solo a guardarla avrebbe lasciato righe di sale sugli occhi. La Parola distillata si coprì d’ogni odore, colore e sudiciume stradale e di tutto quello che andava incontrando durante il suo trascinamento. Fece questo, Dylan, nella disperazione per aver perso il proprio Idioma. Continuò a farlo notte e giorno, fino a quando non incontrò, lungo il sentiero, un’insolita macchina, dalle singolari sembianze. Sfiorò i pulsanti del meccanismo, le sue dita si mossero come dovessero realizzare un secolare presagio e tra la falsa nebbia e il violaceo mattino scorse una donna romita intenta a scrivere del proprio nome sul Libro delle Ombre, alle radici dell’Albero del Sussurro. All'istante, ne desiderò il silenzio e il nome sconosciuto. Le disse che andava verso Oriente e lei rispose che l’avrebbe seguito di buon grado, pronunciando quelle parole con una voce la cui malinconia ricordò all’uomo la propria. Gli chiese, poi, cosa fosse quell’essere muto e malconcio che portava con sé e Dylan rispose che nel passaggio dall'esistenza silente alla parola, qualcosa resta dietro ciò che si dice e oltre il limite di ciò che si è già detto. Quell’essere era il Vuoto, l'Assenza, qualcosa che non gli riusciva mai di dire, che si contorceva dentro, graffiando, lacerando, strappando. Lei disse – Non credo sia tanto vuoto il tuo esserino taciturno, anzi, sembrerebbe abbastanza saturo, tanto che, se lasciasse andare la voce, il silenzio si perderebbe per sempre.
Disse questo, la donna dal nome ignoto, osservando Dylan cercare l’anima dolente, a petto nudo e capelli scompigliati. Lo guardò agitarsi nella disperazione, alla ricerca della Via, si portò un’immaginaria sigaretta alle labbra e gli chiese - Mi fai accendere? Ho il cuore freddo! Ma fu un attimo. Il suo cuore si infiammò e il dolore di Dylan diventò il proprio, le sue parole diventarono la propria poesia. Le sarebbe piaciuto prendergli le mani, guardarlo negli occhi con i suoi occhi scuri, parlargli con il silenzio di cui aveva bisogno, portarlo lontano da tutto il rumore e, infine, rendergli il suo Linguaggio. Invece, tutto quello che fece fu di offrirgli la malinconia di una canzone alla moda in quello strano periodo. Ma bastò!
Lui capì e poi andarono oltre confine. C'era una notte da guardare con il mento alzato. La luna nel golfo era quasi nuda. Camminarono per un tempo senza dimensione, in direzioni senza senso, in un silenzioso andare. Decisero, lungo il cammino, che avrebbero voluto sognare un carico di marionette in partenza, sul treno diretto verso la non-fine del tempo. Vollero sognare il loro incontro con il Terrore senza Nome. Qualcosa di familiare, eppure lontano, avvenuto e mai vissuto li attanagliò in un sogno di cupe disperazioni senza conforto. Rivissero il viraggio dei propri sensi da amorfi ricettacoli di sfocate luci e vaghi suoni a sensuali, sensati e vibratili sensi. Precipitarono per sempre, senza mai arrivare; esplosero in milioni di frammenti, come fossero gocce di Batavia la cui coda, era stata distrattamente spezzata dalla mandibola d’un dio famelico; cercarono di sentirsi un tutto indissolubile, eppure furono investiti dal gelo della tagliente Solitudine.

Si risvegliarono alle estremità delle loro allucinazioni, in un territorio alquanto celato e poiché stavano imparando i Segreti delle Arti, decisero di fermarsi lì e costruire un laboratorio dove ricostruire la Parola perduta, trasformare il Silenzio in Albore e restituire all'Essere Vuoto un'assenza pensabile e reale. Avvolsero il Vuoto con radici dell'altare elettronico e nella notte, sotto luci fluorescenti, tesserono la loro fiaba e ogni parola scritta fu una parola da poco vissuta. Distillarono parole che contenevano tutto il non detto e altre che, se dette a bassa voce, avrebbero fatto rabbrividire e scuotere la pelle. La donna, eccitata come una bambina davanti a un gioco nuovo, non voleva mai dormire, mentre Dylan, sempre più stanco, si fermò e le chiese di raccontargli una fiaba. Lei raccontò la storia di un individuo misterioso che compose e donò a una donna sconosciuta, parole sul silenzio. Lei le ammirò incantata, girandogli intorno, come fossero entità incantevoli e aliene, sospese nel cosmo. Tentò di afferrarne una e quando la toccò le sue dita tornarono dita di bambina; il silenzio si diffuse come la voce della madre nella cameretta della sua infanzia e nel morbido silenzio si addormentò…

Dylan ascoltava meravigliato, godendo di quel fascino emanato e del gioco irreale al quale s'apprestavano…" Dylan chiese a Caterina di fermare il racconto. Era stregato da quel fascino emanato e dal gioco irreale al quale s'apprestavano. Le immagini che si seguivano gli affollavano la mente in maniera inquietante. Non riusciva a comprendere le distanze; il dentro e il fuori avevano abbandonato ogni riferimento fisico. Tutto era una miscellanea di opposti. C’era il Vuoto creatore e intollerabile, il Silenzio vuoto e il silenzio pieno, il Terrore senza nome e poi, i personaggi così drammaticamente vivi da sembrare inconsistenti nella loro esistenza perfetta; eppure tanto intimi. Caterina riprese a raccontare…

“…In quei giorni, Caterina e Dylan, raccolsero tutte le parole, le chiusero in una gabbietta argentina, immergendola in un fiume di parole inservibili che passava da quelle parti. Il fiume El Aìm si prosciugò, come per magia e rimase un'altra volta il silenzio. Di quel silenzio nutrirono l'Essere attraverso le radici, di modo che si rimarginassero le ferite e potesse tornare a tenersi in piedi e camminare, seppur zoppicando. Il mattino seguente, le loro labbra apparvero vermiglie e gonfie di silenzio pieno. L’Essere era guarito dalla propria impensabilità. Adesso aveva un nome, una parola nuova: Eran Li Zoe. Spiccò un volo nel cielo irremovibile. I due ripresero il sentiero e incontrarono le orme dei passi che non avevano ancora fatto. Le osservarono sorpresi e la donna riconobbe in esse le leggendarie “Memorie dal futuro”. In quelle orme vide i soli che avrebbe contemplato e i capelli che avrebbe accarezzato. Dylan, pensieroso, indicò le orme e disse che era meglio seguirle, poiché le orme accennavano, non dicevano, ma erano un vuoto accennato che rimandava alla pienezza ambita dal loro Viaggio. Le seguirono per un po', ma la donna continuò a sognare e sognare e nei sogni vide le orme gonfiarsi ed esplodere come funghi sierosi. Non distinse più il sogno dalla realtà perché le orme continuavano ad esplodere riempiendo l'aria di una coltre polverosa e allucinogena chiamata Noia, che copriva ogni cosa, lasciando fluttuante e libero solo il senso della fantasia e dello smarrimento.
La donna, sotto l’effetto della polvere, disse al compagno di viaggio che il suo nome era Caterina, punto e basta! e anche annodato più volte, il suo nome, sarebbe facilmente passato per la cruna di un ago. Poi si sentì tanto sola e non vide più la mano di Dylan che la sfiorava, né sentì il suo fiato. Allora pianse, ma non ci furono lacrime sulla strada che intanto era divenuta di ferro.
Sulla strada di ferro, coperta dalle parole che non si erano ancora detti, Caterina si lasciò guidare, smarrita e piangente, attraverso l’immaginario mondo delle parole, ma non riconobbe più il suo compagno di Viaggio. Avrebbero dovuto, loro due, attraversare il Ponte, per arrivare al Mondo della Tenerezza, ma l'El Aìm, tornato in piena, lo aveva sommerso. Dylan, che fino a quel momento era rimasto immune dalla Noia, ne fu anch’egli colpito. Così vagabondarono nei pressi del Ponte, per un certo periodo, in mezzo all’offuscamento di parole inutili, fino a quando s’incontrarono per caso, non si riconobbero assolutamente, ma si parlarono con il silenzio, com’era loro modo fare. Poi cercarono di ricordare i loro nomi. Dylan disse di chiamarsi Dylan e lo disse come avesse preso in prestito un nome, per far credere alla nuova compagna che in realtà fosse il proprio, di cui invece stava iniziando a ricordarne solamente le iniziali. Ma pronunciando i propri nomi li storpiarono a tal punto che rinunciarono a farlo, anche perché quei suoni inarticolati, confusi e taglienti avrebbero potuto risvegliare i Padroni della Foresta Indolente. Così, rinunciarono per sempre ai loro nomi. Si presero per mano, sconosciuti a se stessi com’erano e tentarono di attraversare il Ponte ma ad un tratto Dylan si fermò dicendo: "Non conosco la Tenerezza. Questo mi spaventa". Caterina cercò di spiegargli che la Tenerezza si trovava di là dal Ponte, che non bisognava aver paura, che era giusto attraversare il passionale e sicuro mondo del Silenzio per entrare in quell’altro mondo chimerico; di qualsiasi chimera si fosse trattato. Disse che la chimera era l'unica cosa che avevano per riempire i loro labirintici vuoti, ma lui si ostinava a non voler aprire gli occhi e mentre cercavano un accordo, apparve un anziano Maestro.Egli si credeva un grande Maestro, invece si presentò come un maestro qualunque, ma, in realtà, lo era davvero! Li fissò per alcuni istanti e poi strappò loro i cuori ancora frementi, con una mossa complicata e infallibile, li legò con fili corvini al cuore di un giovane cervo, in un viscoso e pulsante abbraccio. L’ammasso granato e sanguinolento cominciò a farsi brillante come una sfera dalla superficie rosa e vitrea, sulla quale erano proiettati i ricordi che germogliavano dal nucleo. Ricordi andati perduti o ancora non vissuti.
L’anziano Maestro, adunò i corvi, abitanti di quei luoghi testimoni dell’avvenuta trasmutazione, sotto l'ombra di un'acacia e intonò una nenia, con voce pigra e lamentosa. La nenia giunse lontano, ma per sorte non arrivò mai a destinazione. Ancora oggi, a distanze mirabolanti, si sente la dolcezza e la fierezza di quel canto primitivo, seppur di passaggio.

Caterina e Dylan non seppero mai se si fossero smarriti nei sentieri reali delle loro invenzioni o se fossero approdati, oltre il Ponte, nel territorio sensuale della completezza, fino a quando un mattino di quell’anno, Dylan, svegliandosi, non disse - Caterina, raccontami la fiaba, voglio sentirla dalla tua voce. Caterina cominciò…” Poi fu come in una fiaba, veli scendevano soffici come fiocchi di neve davanti a finestre illuminate e le immagini della sua vita intrecciate parevano fluttuare davanti a lei; un profumo d’infanzia si levava da scatole e cassetti, le luci crepitavano. Caterina aprì le imposte, la stanza s’incendiò, ancora avvolta da residui di silenzio notturno. Guardò oltre il vetro della finestra e, ripensando al Maestro e la sua storia dei tre cuori indissolubili, un brivido le accarezzò la schiena.

In quel momento, si rese conto che il Ponte che i protagonisti della fiaba volevano oltrepassare non aveva nulla di reale; non era un luogo fisico, il Ponte, ma qualcos’altro, di diverso, di simbolico. Dylan dormiva ancora nei suoi vestiti sgualciti. Sorridendo, Caterina, si preparò per il fresco giorno appena sorto.

Biblioteche

Pubblicato in Poesie e racconti

Anche quel Sabato stavo seduto lì, sulla mobile panchina alla ricerca del sole, nervoso come un caffè in un pomeriggio di mancate affermazioni; il cane del rimorso e i gatti del dubbio a cercare cibo.

La biblioteca , quintessenza del ricordo, sarebbe stata aperta fino alle diciotto, orario scialbo tra fine giornata e inizio sera.

le condizioni erano ideali per agire e la feroce scelta andare-restare richiedeva non poche energie.

Le  mie mani umidicce passavano con rapidi gesti dalle tasche all'intreccio, lasciando al capolinea del movimento l'impronta su quel giallo esplosivo della tessera non cedibile e strettamente personale.

Avevo deciso: io, cammello ad una gobba sul naso nella cruna di un ago, dovevo attraversare quella polvere di vento, quei personaggi inclini alle domande e oltrepassare quella porta girevole; contai fino a tre prima di contare fino a dieci ed alzarmi. Partito, nulla poteva più fermarmi, non il vento diventato uragano, non le assillanti domande accecanti, non gli attriti e i rumori dalla porta girevole no, niente poteva fermarmi: era fatta, ero dentro.

Il silenzio opportuno regnava democratico nell'abside, la brillantezza degli archivi sottolineava la cura, le schede colorate per le richiese invocavano a gran voce la scrittura.

Incantato, assolutamente incantato.

Mi avvicinai all'archivio e cercai la collocazione da trascrivere sulle richiesta; sono sempre stato abile in queste ricerche e non mi ci vollero più di cinque minuti per trovare  ciò che a me serviva.

Aprì con una certa foga inopportuna lo zaino rumoreggiando fastidiosamente alla ricerca di una biro...

Mi feci riconoscere ancora prima di dare la mia tessera come  la mamma insegna.   Con un forte imbarazzo passai alla compilazione del modulo tenendo sempre molto l'attenzione; uno sbaglio, il minimo errore sarebbe stato fatale, non avrei mai avuto il coraggio di prendere un altro modulo.

Completata l'operazione senza intoppi, mi avvicinai al bancone per consegnare la richiesta incollata alle mie mani umide di sudore ma fredde come l'inverno passato.

"Lunedì mattina passi a ritirarlo." Fu la risposta.

Oggi è Lunedì mattina e sono seduto sulla stessa panchina accanto all'angoscia e alla curiosità a chiedermi cosa potrò mai trovare nel libro della mia anima; se i miei ricordi saranno in ordine d'importanza o di apparizione, se il contatto con i ricordi rimossi sarà deleterio, se sarà utile rivivere tutta la mia vita attraverso ciò che io solo ho potuto vedere, se io riuscirò a leggermi per un mese intero...

Da dieci minuti la porta girevole ha smesso di girare, la biblioteca è chiusa e non so se tornare questo pomeriggio o non tornare mai più.

Aspetterò, aspetterò che l'ultima pagina sia scritta, e poi lo regalerò alle stagioni circolari perchè questa storia non abbia fine. Finalmente ha smesso di piovere.

La Villa Roma di Piazza Armerina l’11 e 12 agosto, come è ormai tradizione dell’estate piazzese, si riempirà di suoni, colori, profumi ed impressioni, per ospitare Festambiente “Il ponte sul di-stretto”, il festival di sostenibilità, legalità e solidarietà, che, nell’edizione 2012, si presenta trasformato ed arricchito di contenuti a partire dalla regia per la quale, accanto la presenza storica di Legambiente Piazza Armerina, ci sarà anche Libera.
E sarà proprio Libera che curerà, venerdì 10 agosto, l’anteprima del festival di sostenibilità, legalità e solidarietà, con la presentazione del film “Uomini soli” di Attilio Bolzoni. (vedi scheda in coda).

La Villa Roma di Piazza Armerina l’11 e 12 agosto, come è ormai tradizione dell’estate piazzese, si riempirà di suoni, colori, profumi ed impressioni, per ospitare Festambiente “Il ponte sul di-stretto”, il festival di sostenibilità, legalità e solidarietà, che, nell’edizione 2012, si presenta trasformato ed arricchito di contenuti a partire dalla regia per la quale, accanto la presenza storica di Legambiente Piazza Armerina, ci sarà anche Libera.
E sarà proprio Libera che curerà, venerdì 10 agosto, l’anteprima del festival di sostenibilità, legalità e solidarietà, con la presentazione del film “Uomini soli” di Attilio Bolzoni. (vedi scheda in coda).

L’edizione 2012 del festival è inserita nella più ampia programmazione del progetto di sviluppo locale “Il ponte sul di-stretto”, che vede protagoniste ben 16 organizzazioni, impegnate da marzo 2012 in azioni coordinate per favorire lo sviluppo del territorio.

Per ben 2 giorni, i 16 partners del progetto (ma anche altre organizzazioni), si confronteranno, nella verde cornice della villa e con il contorno della festa, sui pilastri fondanti del progetto: la sostenibilità, la legalità ma soprattutto la solidarietà.

Il programma della 2 giorni prevede attività per tutte le età, (vedi schede a seguire) dai laboratori per bambini (e non solo) che permetteranno ai più piccoli di avvicinarsi, sotto forma di gioco, ai grandi temi della sostenibilità: il riciclo, il consumo critico, le risorse idriche, agli spettacoli teatrali sulla corretta alimentazione, dagli spazi dibattito a momenti ricreativi veri e propri.

Sabato pomeriggio sarà inaugurato BazarArte (vedi scheda in coda), lo spazio creativo del festival che vedrà protagonisti molti giovani che si dedicano con passione alla creazione di oggetti e monili, trasformando così il loro hobby, molto spesso, in una vera e forma di attività lavorativa.

E grande spazio sarà dato anche agli artisti locali, il fotografo Stefano Li Moli e i pittori Mario Lo Maglio e Mario Pappalardo.
Numerosi come sempre i produttori e gli espositori che offriranno ai visitatori i prodotti, a Km 0, della nostra terra.
Uno spazio tematico, nell’ottica del turismo sostenibile, sarà dedicato alle Riserve di Legambiente che parteciperanno anche con la presenza dei volontari di servizio civile.
Ma il cuore del festival sarà dedicato alla presentazione delle attività del DAS, il Distretto di Azioni Solidali che sarà presente con gli sportelli già attivi,dedicati agli immigrati, alle imprese, ai giovani, che usciranno quindi dalla sede di via Garibaldi 75, per andare incontro ai cittadini.
Le attività del DAS, avviate a marzo 2012, sono ormai quasi a regime e il festival le metterà in vetrina per il territorio. E di DAS si parlerà anche nei 2 dibattiti che animeranno i pomeriggi del sabato e della domenica.

Sabato pomeriggio si discuterà di “Beni comuni, territorio e legalità”, (vedi scheda) con la presenza del presidio Libera di Leonforte, di Legambiente, dell’associazione antiracket “Fuori dal coro”, di sociologi e archeologi de La Sapienza, e dei coordinatori del DAS, che proporranno delle vere e proprie testimonianze sul rapporto sviluppo locale, territorio, legalità e società civile.

Domenica si cambia argomento e si discuterà, recuperando il titolo da un saggio del prof. Luigino Bruni, della fase di transito “Dall’econo-mia all’econo-nostra”, (vedi scheda) per coinvolgere il territorio in una riflessione su quello che dovrebbe essere un nuovo modo di guardare all’economia, un’economia “capace di futuro” che abbandoni la dimensione stereotipata del singolo per allargarsi ad abbracciare la dimensione della collettività, un’economia che misura la ricchezza non attraverso la crescita del PIL (Prodotto Interno Lordo) ma anche attraverso il recupero di valori quali la dimensione locale dei territori e la costruzione di rapporti solidali tra i cittadini.
Al dibattito parteciperanno, tra gli altri, Lella Feo, responsabile regionale dell’associazione Siqillyah, e Leontine Regine che, oltre alla guida Fà la cosa giusta Sicilia, presenterà anche la prima fiera Fà la cosa giusta Sicilia, fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, che si svolgerà a Palermo nel mese di ottobre.
Il dibattito di domenica sarà anche il momento di presentazione ufficiale della rete DAS di economia solidale, coordinata dalla Fondazione Mons. Di Vincenzo, e della rete DAS di turismo sostenibile, coordinata dalla Domus Artis.
Dato importante da registrare è che, grazie ad un protocollo con AzzeroCO2, il festival sarà ad emissioni zero, perché le emissioni prodotte saranno compensate con crediti verdi.
Infine, grazie al supporto tecnico di RETEOMNIA, tutti i partecipanti e i visitatori del festival, potranno usufruire delle Free Wi Fi Zone, istituita in via eccezionale per la due giorni.

I servizi logistici saranno garantiti da AVIS Piazza Armerina che supporterà il festival garantendo il presidio sanitario.

La versione piazzese di Festambiente è inoltre inserita nel circuito nazionale Festambientenet, la rete dei festival di Legambiente.

Il festival si realizza anche grazie al patrocinio del comune di Piazza Armerina, che rende disponibile la Villa e tutto il supporto logistico necessario, oltre la splendida atmosfera medioevale del Palio dei Normanni che ha inizio quasi in contemporanea al festival.

E al Palio è dedicata proprio la presenza dei musici dell’associazione Piazza Medioevale, che con il suono dei loro tamburi, apriranno, sabato sera, lo spazio del festival dedicato alla musica e ai concerti.

La due giorni dedicata all’ambiente sarà anche l’occasione per sensibilizzare i cittadini sulla gravissima piaga degli incendi, fenomeno che dopo aver distrutto in gran parte il nostro bosco Bellia, in questi giorni sta mettendo a dura prova l’intera isola. Legambiente, in questo contesto, ringrazia l’associazione piazzese Armerina Emergenza Protezione Civile che sarà presente al festival per supportare la campagna di sensibilizzazione Non scherzate con il fuoco.

________


PROGRAMMA WORK IN PROGRESS Aggiornamento del 6 agosto 2012

Venerdì 10 agosto: ore 17.00-20.00 allestimento stands ore 20.00 Libera presenta: “Uomini soli” – film documentario

Sabato 11 agosto:

ore 07.00-11.00 allestimento stands ore 11.00-17.00 laboratori per bambini di tutte le età: “Ricicli-amoci” (a cura di Legambiente) “E se oggi il circo lo facciamo noi” (a cura di Peppe Burza) “Acqua da tutte le parti” (a cura dell’associazione Ri-creazione) ore 16.30 inaugurazione BazarArte, spazio creativo e spazio artisti (personale di fotografia di Stefano Li Moli, personali di pittura di Mario Lo Maglio e Mario Pappalardo) ore 17.00 “Bim bum bar”, a merenda con Legambiente e Libera ore 17.15 TeatrAmbiente “Buon appetito minestrone”, favola scenica per i più piccoli (a cura di Centro Sperimentale Kerè) ore 18.00 premiazione del concorso “LegaliGREST” ore 18.30 confronto - dibattito “Beni comuni, territorio e legalità” ore 19.45 I tamburi di Piazza Medioevale ore 20.00 “3x1” show a cura di Peppe Burza ore 21.00 “La fucina dei sapori” - degustazioni ore 21.30 “Beppe Mignemi quintet” in concerto

Domenica 12 agosto:

ore 10.00 apertura spazio creativo e spazio artisti ore 10.00 “Itinerario dei cavalieri”, a cura di Domus Artis ore 11.00-17.00 laboratori: “Ricicli-amoci” (a cura di Legambiente) “E se oggi il circo lo facciamo noi” (a cura di Peppe Burza) “Acqua da tutte le parti” (a cura dell’associazione Ri-creazione) ore 15.00 – 17.00animazione a cura di Giovani Orizzonti ore 17.30 “Bim bum bar”, a merenda con Legambiente e Libera ore 18.00 presentazione guida “Fà la cosa giusta Sicilia” ore 18.30 confronto - dibattito “Dall’econo-mia all’econo-nostra” – presentazione rete DAS economia solidale e rete DAS turismo sostenibile ore 19.45 Diritti a Sud. Il mezzogiorno del lavoro, dei giovani, dell’ambiente, della legalità - Quarta iniziativa fotografica gratuita promossa in rete dalla Fondazione CON IL SUD per raccontare un Mezzogiorno pro-positivo. ore 20.15 “La fucina dei sapori” - degustazioni ore 20.30 “Manola Micalizzi e Café do Brasil” in concerto ore 23.30 Green night

PARTNERS IL PONTE SUL DISTRETTO:
(oltre Legambiente e Libera) Associazione Don Bosco 2000 –ACLI- AVIS - AVULSS – COL – CIF – CIOFS – Coldiretti – Confcooperative – Banca Etica – Caritas Diocesana – Domus Artis – Fondazione Mons. Di Vincenzo – Università Kore
PARTNER TECNICO: RETEOMNIA Onlus (free wi-fi zone e collegamenti streaming)
PATROCINIO: Città di Piazza Armerina

Antonino Cascino, discendente di una antica famiglia ghibellina, nacque a Piazza Armerina il 14 Settembre 1862. A quattordici anni, finito il primo grado di studi, si trasferì a Catania per conseguire il diploma di secondo livello; a diciassette anni, superati gli esami d’ammissione entrò all’Accademia di Artiglieria di Torino. Iniziò così la sua carriera militare. Dopo una breve gavetta gli fu affidato il compito di addestrare le reclute dell’esercito. Istruire reclute, trasformarle in bravi soldati e restituirle al Paese come onesti cittadini era una mansione che lo entusiasmava a tal punto che dedicò molto tempo nel cercare nuovi e più efficaci metodi di addestramento.

Antonino Cascino, discendente di una antica famiglia ghibellina, nacque a Piazza Armerina il 14 Settembre 1862. A quattordici anni, finito il primo grado di studi, si trasferì a Catania per conseguire il diploma di secondo livello; a diciassette anni, superati gli esami d’ammissione entrò all’Accademia di Artiglieria di Torino. Iniziò così la sua carriera militare. Dopo una breve gavetta gli fu affidato il compito di addestrare le reclute dell’esercito. Istruire reclute, trasformarle in bravi soldati e restituirle al Paese come onesti cittadini era una mansione che lo entusiasmava a tal punto che dedicò molto tempo nel cercare nuovi e più efficaci metodi di addestramento.
Le sue autorevoli e qualificate pubblicazioni a sfondo bellico lo aiutarono a conseguire una cattedra all’Accademia Militare di Modena, città nella quale, in quegli anni, conobbe Pia Taccoli che sposò nel 1899. Fu proprio a Modena che si affermò il suo lato di “educatore di anime”, come sottolineano la stima e il rispetto che le reclute e i colleghi gli riconoscevano.
Le sue successive pubblicazioni unite all’eccezionale competenza tecnica lo fecero entrare di diritto nell’elite dei grandi luminari dell’esercito.
Con l’inizio della prima guerra mondiale il Gen. Antonio Cascino diede corpo a tutte le sue esperienze strategiche e tecniche per compiere assieme ai suoi uomini eroiche imprese che gli valsero l’ammirazione da parte di tutto l’ambiente marziale.
Il 15 settembre del 1917 una grossa scheggia lo colpisce ad una gamba durante un assalto; lui incurante della ferita organizza i soccorsi per i malati più gravi. Alla prima postazione medica gli consigliano il ricovero in ospedale ma lui non accetta di lasciare il posto di comando durante i continui attacchi da parte degli austriaci.  Quando, due giorni dopo, viene trasferito in un nosocomio è ormai troppo tardi, così dopo 12 giorni di agonia spira.

Alla notizia della sua morte la sua brigata Avellino sprofondò nella commozione e nella sconforto.
Al generale fu conferita alla memoria la medaglia d’oro al Valore Militare e a guerra finita le sue spoglie furono riposte al Pantheon di Palermo dove tuttora sono custodite accanto ai più celebri figli della Sicilia.

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