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Creato da Federico II nel XII secolo per combattere sette considerate eretiche come i valdesi, i paterini e i circoncisi, il Tribunale dell'Inquisizione in Sicilia iniziò a far sentire la sua tragica presenza a partire dal 1487: da questa data in poi, infatti, il famoso Torquemada inviò nell'Isola inquisitori dalla Spagna e rese il Tribunale una vera e propria istituzione la cui sede ufficiale divenne Palazzo Chiaramonte a Palermo. Così l'Inquisizione divenne presto per i re spagnoli uno degli strumenti più efficaci per tenere in soggezione l'intera Isola grazie anche alla nobiltà siciliana che, contando numerosi suoi membri tra i funzionari laici del Tribunale, collaborava attivamente, in cambio di numerosi privilegi, a preservare l'ortodossia politica e religiosa.

L'intolleranza del Tribunale dell'Inquisizione, infatti, non si dimostrò solo nei confronti delle altre confessioni religiose, peraltro molto diffuse in Sicilia, ma contribuì anche a respingere ogni fonte di pensiero indipendente e a gettare l'Isola in un oscuro isolamento culturale. In particolare nel corso del XVI secolo, il Tribunale si caratterizzò per i suoi metodi feroci di cui si ricordano soprattutto i tremendi atti pubblici di fede, i famigerati -autos da fé-. In quegli anni, numerosi frati e suore, falsari, mandanti di assassini e debitori del fisco vennero condannati senza appello dagli inquisitori a pene atroci.
Per estorcere le confessioni di eresia si praticava la tortura, e se le vittime nel frattempo morivano si riteneva che ciò fosse accaduto per colpa loro o per giudizio di Dio. La bestemmia poteva meritare cento frustate, il taglio della lingua oppure il seppellimento.
La stregoneria, la bigamia e la perversione sessuale erano tra i reati più frequentemente giudicati da questi Tribunali, che non tralasciavano neppure l'aspetto -mondano- delle esecuzioni: sembra, infatti, che durante le impressionanti cerimonie venivano distribuiti anche pasticcini e bibite rinfrescanti alle gentildonne siciliane. Alle violenze ed ingiustizie perpetrate in nome della morale religiosa si aggiunsero poi la corruzione e l'avidità dagli stessi inquisitori che, in virtù della loro appartenenza al Tribunale, non potevano essere giudicati dai tribunali ordinari: certi così dell'impunità, si macchiavano di gravissime colpe e fomentavano i disordini più gravi. Ma gli abusi e l'enorme potere acquisito dagli inquisitori, che si arricchirono soprattutto attraverso la confisca dei beni delle vittime del Tribunale, crebbero a dismisura tanto che sul finire del 1500 anche Madrid iniziò a porre dei limiti a questo Stato parallelo che governava la Sicilia.
Per assistere alla fine definitiva del Tribunale, tuttavia, si dovrà aspettare il 1782, anno in cui il viceré Domenico Caracciolo avvierà un radicale programma di riforme nell'Isola partendo proprio dall'abolizione di uno dei simboli più significativi del vecchio regime. L'anno successivo il re fece bruciare tutte le carte dell'Inquisizione: in un rogo che durò un giorno e una notte vennero così cancellate le pagine di uno dei periodi più oscuri che visse mai la Sicilia.

Inquisizione

Pubblicato in Streghe in Sicilia

Fino alla seconda metà del XII secolo l’eresia non era considerata un problema assillante della pastorale. Per le singole eresie presenti nell’ambiente intellettuale del convento e della scuola bastavano i meccanismi di repressione già esistenti. La concentrazione delle eresie popolari, soprattutto nella Francia meridionale, ed il loro irradiarsi in ampie parti dell’Europa portò, dalla seconda metà del XII secolo, sotto la guida del papa, ad unificare e a rendere più rigorosa la legislazione sugli eretici; venne così creata l’Inquisizione come nuova misura di difesa della Chiesa Cattolica.
Il vescovo, quale giudice della fede, nominava dunque degli inquisitori,che dovevano mettersi sulla traccia delle eresie e portare i seguaci di queste davanti al tribunale vescovile. Sembra tuttavia che non si sia giunti a una caccia sistematica degli eretici da parte degli inquisitori vescovili. Inoltre, soprattutto i vescovi della Francia meridionale facevano fronte ai loro compiti con negligenza. In un primo momento l’inasprimento della legislazione, unito alla nuova procedura, conseguì scarso successo. Proprio per questo motivo Innocenzo III ricorse al mezzo della crociata contro gli eretici.

Dal 1231 il Papa Gregorio IX, visti gli insuccessi della crociata, nominò degli inquisitori dotati di ampi poteri per singole province ecclesiastiche contagiate dall’eresia. Questi agivano per incarico del papa e possedevano funzioni non solo inquisitorie, ma anche giudiziali, risultando così al tempo stesso accusatori e giudici. In forza della competenza giurisdizionale universale del papa, Gregorio IX attribuì agli inquisitori anche il potere di emettere sentenze. Clamorose infrazioni del diritto, trsgressioni di competenze e durissima prassi inquisitoria nelle indagini come nel giudizio sugli eretici condussero fra il 1238 e il 1241 a una diffusa opposizione e a una crisi dell’Inquisizione papale appena creata. Sotto Innocenzo IV si venne ad una riorganizzazione dei tribunali. Le competenze vennero precisate, la procedura regolata fin nei particolari, rimase in vigore la più ampia esenzione dalla giurisdizione episcopale, fu posto l’accento sull’incarico pontificio. Soltanto con la nomina di accusatori e di giudici delegati, quali inquisitori papali, la lotta contro l’eresia divenne efficace. Dopo la riorganizzazione, sotto innocenzo IV, furono posti dei limiti ancheall’arbitrio e alla prassi terrorizzante dei singoli inquisitori. La procedura era formalmente corretta, in rapporto alla prassi giurisdizionale e procedurale, tuttavia il tribunale, che agiva a porte chiuse, era incontrollabile e privava gli accusati di qualsiasi diritto. Di regola all’inquisitore, in quanto giudice, interessava veder confermati nel processo i propi accertamenti: all’imputato la confessione veniva estorta per mezzo di tortura. Per la loro qualità i processi dell’Inquisizione erano per così dire processi-spettacolo, in cui la sentenza era stabilita a priori, perché la procedura era congegnata in modo da condurre regolarmente alla condanna l’accusato. I giudici erano prigionieri del loro procedimento e convinti della regolarità del loro operato e della compiacenza divina per la loro funzione. All’inizio l’Inquisizione era pensata come una misura di emergenza a termine e per determinate zone. Alcuni paesi, come l’Inghilterra, non avevano affatto l’Inquisizione papale. In altri essa rimase invece un fatto transitorio. In Francia, Italia e Spagna, invece già nel XIII secolo ne nacquero istituzioni permanenti per un distretto giurisdizionale circoscritto. Alla guida di questi uffici con sede, personale e archivio propi, i papi nominarono prevalentemente, secondo la prassi di Gregorio IX, religiosi degli ordini mendicanti. Nella fase organizzativa, con papa Gregorio IX,, per questo ruolo vennero dapprima incaricati i domenicani dotati di una preparazione scientificamente approfondita . Oltre a questi naturalmente vi erano anche inquisitori provenienti dai sacerdoti secolari e da altri ordini. Ad esempio, non pochi francescani erano attivi inquisitori. Sia domenicani sia francescani fecero ben presto del loro incarico una finalità dell’ordine e videro nei loro fondatori i primi inquisitori. Eresia significava semplicemente delitto meritevole di punizione e non più bisognoso di predicazione mirante alla conversione.

Fu così chiamata l’istituzione fondata per ricercare (in lat. inquirere) ed esaminare coloro che si allontanavano dalla verità di fede e operavano in conseguenza, sul piano teorico o pratico. Nella realtà storica l’Inquisizione fu sempre legata a un tribunale nel quale venivano giudicati coloro che erano stati trovati colpevoli di eresia o di idee e azioni contrarie alla fede. L’esigenza di difendere la purezza e l’integrità della fede, manifestatasi dopo che il cristianesimo era diventato l’unica religione di Stato, pose il problema del modo di comportarsi nei riguardi di coloro che o non avessero accettato il cristianesimo (pagani sia dell’antica religione greco-romana, sia delle popolazioni germaniche) o si fossero allontanati dall’ortodossia (eretici).

Si ebbero allora le divergenti opinioni e di chi affermava il diritto per ciascuno di credere liberamente e di chi, invece, sosteneva l’opportunità di sospingere alla fede anche con la forza: S. Agostino – ed è un esempio interessante del mutamento di punto di vista in una stessa persona per effetto delle circostanze storiche – passò da una posizione assai tollerante al tempo della sua polemica contro i manichei (che concepivano la realtà come una continua lotta fra due principi opposti, come il bene e il male, lo spirito e la materia, ecc.) a una assai intransigente, verso la fine della sua vita, quando, in lotta contro i donatisti (che sostenevano la non validità dei sacramenti amministrati da sacerdoti indegni e proclamavano la propria ostilità nei confronti dell’Impero Romano), enunciò il famoso principio: "Compelle entrare" (costringere a entrare, cioè nella Chiesa), che tanta influenza doveva esercitare nei secoli futuri. A lungo, tuttavia, durante il Medioevo barbarico e i secoli dell’Alto Medioevo, l’atteggiamento della Chiesa, riguardo agli eretici e ai non cattolici, fu di tolleranza, anche quando, con l’inizio del sec. XI si cominciarono a manifestare dei fenomeni ereticali di vistosa importanza. Vi furono allora processi a eretici per conoscerne le idee e condannarle sì da impedire la loro diffusione, ma raramente condussero a sentenze capitali; comunque, non vi furono sistematiche ricerche per colpirli. Coloro che finirono sul rogo furono più vittime del furore popolare, che non del giudizio ecclesiastico.

Non si trattò però ancora di Inquisizione, perché di questa mancò l’aspetto più caratteristico, la ricerca dell’eretico, e si ebbero, di solito, interrogatori e giudizi di individui o gruppi, casualmente emersi all’attenzione degli ecclesiastici o di fedeli. Né possiamo ancora considerare Inquisizione la ricerca episodica di eretici che si ebbe lungo il sec. XII, in relazione al manifestarsi sempre più preoccupante dei vari gruppi eterodossi in Italia o in Francia, come quando S. Bernardo intervenne nel Tolosano contro il monaco Enrico e contro i Catari (setta ereticale che si fondava sul dualismo manicheo tra bene e male e predicava un profondo rinnovamento morale) o quando l’arcivescovo Galdino di Milano predicò, ancora, contro i Catari nella sua città. Però, è vero che proprio in questo secolo si venne lentamente formando l’opinione che bisognasse agire contro gli eretici e che questa azione costituisse uno dei più difficili e responsabili doveri del vescovo: questi dovrà ricercare e punire coloro che turbano e minano l’unità della fede: ma i vescovi operarono in questa direzione episodicamente e con debole impegno, sia per le difficoltà oggettive della ricerca stessa (gli eretici di qualsiasi tipo e credenza tendevano a mimetizzarsi) sia per lo scarso appoggio che riceveva dal clero, spesso insufficiente o fiacco.
L’Inquisizione, e il tribunale che la accompagnò, sorse da questa situazione, dalla preoccupante diffusione delle manifestazioni di eterodossia e soprattutto dalla necessità di identificare e precisare gli eretici perché potessero essere poi colpiti dall’autorità civile; la Chiesa, infatti, era riuscita a ottenerne ripetutamente l’appoggio nel 1183 con Federico Barbarossa, nel 1220 con Federico II, che aveva sanzionato solennemente il bando per l’eretico e infine nel 1224, ancora con Federico II, che decretò la pena di morte per l’eretico ostinato e pertinace, ribadendo in seguito più volte la sua decisione. L’Inquisizione venne resa possibile, inoltre, dalla circostanza decisiva della formazione dei nuovi Ordini mendicanti, specialmente dei predicatori, che operarono in tutta la Chiesa alle dirette dipendenze del pontefice.Tra il 1231 e il 1233 Gregorio IX comunicava ai vescovi, in diversa formulazione ma con chiara unità d’intenti, l’incarico affidato ai Domenicani di svolgere la ricerca degli eretici d’accordo con i vescovi, ma anche in una precisa autonomia; proprio in questi stessi anni compare il termine inquisitor, che emerge la prima volta, come sembra, nel 1231, nello statuto contro gli eretici del senatore di Roma, Annibaldo degli Annibaldi. Ai Domenicani, e specialmente là dove questi dovettero essere sostituiti perché la loro azione troppo dura ed energica aveva suscitato opposizioni, come nell’Italia centrale e settentrionale, subentrarono talvolta i Francescani. Partendo dalla generica esigenza della ricerca degli eretici e della loro esclusione dalla società cristiana, l’Inquisizione venne poi gradatamente precisando i suoi compiti in relazione ai problemi che via via le circostanze imponevano.
Così l’interrogatorio venne aggravato dall’uso della tortura; l’inquisitore, prima solo, venne affiancato da un compagno; le decisioni dei due inquisitori vennero sottoposte al controllo del vescovo o d’un suo delegato, mentre l’andamento del processo inquisitoriale veniva, in ogni suo momento e caso per caso, esaminato da un consiglio di chierici, monaci, frati e giuristi, anche laici, per escludere errori di procedura e arbitri degli inquisitori. Inoltre una serie di norme venne fissata a tutela della verità delle accuse o delle discolpe, per evitare denunce calunniose di eresia, anche se all’inquisito non venne mai riconosciuto nel Medioevo il diritto di essere assistito da un avvocato durante le varie fasi del processo.

Qualora l’accusa fosse stata provata e confermata dalla confessione dell’accusato stesso, questi, se pentito, veniva condannato secondo il grado di colpevolezza o a pene mortificanti, come pellegrinaggi, penitenze pubbliche o croci colorate sugli abiti, se ostinato o ricaduto nell’eresia (ralapso) al rogo. Questa pena, però, non veniva eseguita dall’inquisitore, ma dal potere laico, o braccio secolare; nel linguaggio corrente quindi l’espressione "consegna al braccio secolare fu equivalente alla condanna al rogo". Le norme via via accumulatesi nel tempo, le esperienze acquisite con l’esercizio della Inquisizione, i testi relativi alla conoscenza delle varie eresie vennero raccolte da vari inquisitori per uso proprio e altrui in manuali, fra cui celebre quello del domenicano Bernardo Gui, attivo all’inizio del Trecento nella Francia meridionale.
Con la fine delle grandi eresie popolari, al tempo del papa Giovanni XXII (1316-34), l’Inquisizione ebbe l’ulteriore incarico di perseguire anche maghi e streghe, dopo che questi, per il preteso loro culto diabolico, vennero assimilati agli eretici.
Mentre quasi alla sola caccia stregonica venne restringendosi per circa due secoli il compito dell’Inquisizione, in quasi tutta l’Europa, e particolarmente in Spagna l’Inquisizione venne sempre più legandosi al potere politico che se ne servì per secoli, ma specialmente nel XV, per la lotta contro moriscos e marranos, cioè contro Arabi ed ebrei, che, convertitisi apparentemente al cristianesimo, continuavano in realtà a praticare i riti della fede avita. Né fu meno rigorosa e severa nelle colonie d’America, sì che all’Inquisizione spagnola e alle sue cerimonie fastose e insieme terribili l’Inquisizione deve molto della sua fama di terribilità inesorabile. Nuovo impulso venne all’Inquisizione, durante il sec. XVI, dalla necessità della lotta contro i fautori della Riforma nei Paesi rimasti cattolici: fu allora unitariamente organizzata e posta alle dipendenze d’una speciale congregazione romana che proprio dall’Inquisizione (detta nel linguaggio curiale sanctum officium, e cioè santo dovere) prese il nome di Congregazione del Sant’Uffizio. Vennero allora irrigidite le norme più severe che la regolavano, come la segretezza dell’indagine, l’assenza d’un difensore, l’uso normale della tortura, mentre il desiderio sincero di ottenere la conversione, piuttosto che la morte dell’eretico indusse i giudici a forti coazioni morali, come nei casi ben noti di Giordano Bruno e Galileo Galilei.
Mentre la Congregazione del Sant’Uffizio in Roma rimase attenta a sorvegliare l’integrità della fede e si incaricò pertanto anche dell’INDICE DEI LIBRI PROIBITI come di ogni deviazione dottrinale, l’Inquisizione, in quanto istituzione diocesana venne sempre più perdendo di importanza effettiva, riducendosi a un controllo locale della ortodossia dei fedeli.
Oggetto di attacchi sempre più pesanti man mano che venne affermandosi l’idea della tolleranza, bersaglio prediletto di illuministi e di quanti rivendicavano la libertà di coscienza in epoca liberale, l’Inquisizione è un’istituzione legata a una precisa realtà storico-religiosa: in questa l’esigenza dell’unità della fede, trasformandosi in intolleranza per un malinteso desiderio di difendere il prossimo dal pericolo dell’eresia, ha bloccato il senso della carità fraterna verso chi sbaglia, anche nella fede. In questo senso solo il Concilio Vaticano II con la distinzione tra errante, che è sempre oggetto di carità, ed errore, che va combattuto con la forza della dialettica e della fede, ha tagliato alla radice le basi ideologiche d’ogni Inquisizione; non a caso la Congregazione del Sant’Uffizio ha assunto il nome di Congregazione per la dottrina della fede.

L’INQUISIZIONE fu introdotta nell’Isola prima del 1224 dall’imperatore Federico II, il quale, con la costituzione "Inconsutilem tunicam" emanata a Palermo, ordinò che tutti gli eretici e gli Ebrei dovessero pagare una tassa a suffragio degli inquisitori di fede preposti al loro controllo. L’istituzione ufficiale del Tribunale dell’Inquisizione in Sicilia fu deliberata nel 1487 con Ferdinando II il Cattolico, il quale originariamente delegò a giudici i Padri Domenicani. Il 20 gennaio 1513 il compito fu affidato ai religiosi Regolari, che si insediarono nella nuova e definitiva sede del famoso palazzo dello Steri, noto pure con l’appellativo di "regium hospicium", che fu la dimora privata di Manfredi Chiaramonte.
L’Inquisizione, "invadendo progressivamente l’intero organismo costituzionale dello Stato, si mostrò arma utilissima dell’assolutismo spagnolo".

Con decreto regio del 6 marzo 1782 il sovrano Ferdinando III di Sicilia, "seguendo i saggi consigli e forse anche per le incessanti sollecitazioni del viceré, marchese Domenico Caracciolo, avverso ad ogni privilegio ed abuso ecclesiastico, e per il conforme parere espresso dal siciliano, primo suo ministro di Stato, marchese della Sambuca", ordinava l’abolizione dell’Inquisizione nell’Isola.
Torture, supplizi e feroci esecuzioni con scempio dei cadaveri, per secoli sono i normali mezzi con cui la giustizia, dovunque nel mondo, persegue non soltanto la punizione dei delitti, ma l’obiettivo di incutere terrore a chi al delitto si accinge, con la esemplarità delle esecuzioni. Esemplarità che a Palermo si credeva di conseguire col barbaro uso di appendere le membra squarciate dei condannati a degli uncini di ferro di una forca, eretti nella località dello Sperone (da cui ne prende il nome), nel quartiere Settecannoli, posta oltre la borgata di Romagnolo, all’ingresso della città, lato mare. Nel 1650, vi vengono esposti i quarti del procuratore Lorenzo Potamia, coinvolto in una congiura capeggiata dal conte di Mazzarino. Tale barbaro spettacolo fu abolito dal viceré d’Aquino, principe di Caramanico, nel 1783 e la forca fu distrutta. Ma la fantasia dei giudici non ha limiti: la pubblicità dell’esecuzione può essere assicurata anche da altri procedimenti, come, ad esempio, staccando dal tronco la testa del condannato e piantandola "ad un chiodo su d’una trave nella piazza Vigliena", come accade a Giuseppe Pesce, giureconsulto, "famoso per eloquenza", coinvolto nella stessa trama del Potamia, o portandola in giro per la città infissa ad una picca (lunga asta di legno munita di una punta di ferro).

La Sicilia, rispetto alle altre parti del mondo, non fa eccezione; ha soltanto una varietà infinita di autorità che hanno il potere di infliggere incondizionatamente pene: la giustizia vicereale, quella dei tanti fori privilegiati tra i quali spicca per ferocia quello dell’Inquisizione, nonché le corti di giustizia feudali dei baroni. Persino i governatori del Monte di Pietà di Palermo sono autorizzati a punire i reati contro il Monte "con pubbliche et esemplare pene, o privatione, tratti di corda o frusta et alli nobili pene pecuniarie ad essi governatori benviste".
Ognuna di queste giustizie esercita, senza eccessive formalità, processi più o meno regolari e infligge pene. I controlli non esistono o quasi; i ricorsi ai gradi superiori sono possibili soltanto a soggetti che dispongono di denaro con cui pagare l’assistenza di un buon giureconsulto. Tutti gli altri subiscono le decisioni giudiziarie che non raramente sono poco più che soprusi e violenze, legalizzate da una parvenza di giustizia e da consuetudini regolari.
Ma, ancor prima di dare inizio ad una serie di disumane torture, per estorcere delle false confessioni che legalizzassero la condanna, si procedeva all’ultimo interrogatorio dell’imputato, quello che veniva chiamato " l’interrogatorio sulla selletta ". La sgabello di legno che veniva posto al centro dell’aula selletta era semplicemente uno e sul quale sedeva l’imputato. Si pensava che, solo, davanti ai giudici in toga, ormai informati in modo completo su tutti gli atti del processo, egli sarebbe rimasto impressionato ed avrebbe senz’altro rivelato tutto ciò che aveva potuto dissimulare nel corso del dibattimento. E’ ovvio che il grande inquisitore tempestava di domande l’imputato e cercava di confonderlo, mettendo in rilievo le sue eventuali contraddizioni e le testimonianze che erano contrarie alle sue affermazioni, e, privo dell’aiuto di un avvocato, era particolarmente vulnerabile, e come tale vittima già destinata al rogo.

La tortura è un imprescindibile meccanismo procedurale; in una logica per noi oggi incomprensibile, ma valida fino al Settecento ed oltre, "la confessione stragiudiziale, la quale purtroppo, allora, prendeva la forma di confessione sotto la tortura". Tratti di corda, frustate e anni di remo nelle galere vengono inflitti anche per delle semplici contravvenzioni. I capitoli della città di Palermo ordinano che "siano in pena della frusta, e di quattro tratti di corda" coloro che faranno cattivo uso delle acque comunali per cui hanno ottenuto la concessione; che i cassieri della "Tavola di Palermo" (una banca pubblica istituita nel 1552-53) che non registrino subito le somme incassate "siano in pena la prima volta di pagar di proprio, la somma ritenuta, e di perdere il salario di un anno; e la seconda volta d’anni tre di galea"; che chi rompe i fanali dell’illuminazione cittadina (siamo nel 1748) subisca la "pena della suddetta frusta con venti cazzottate, e di anno uno di carcere"; che chi "abbia avuto l’ardimento di far mancare, o seccare, scorticare, e recidere gli alberi" piantati nelle strade fuori porta, subisca "la pena di onze ducento se saranno nobili, e di quattro tratti di corda ed anno uno di carcere se saranno ignobili".

Nel caso di un nobile insolvente, in Sicilia, Ministri Delegati e Procuratori dei creditori, nominati di volta in volta, facevano stimarne i beni più adatti alla vendita, ne pubblicavano il prezzo ed erano autorizzati a venderli, come se tale vendita procedesse dalla potestà sovrana del Re. All’acquirente consegnavano copia del contratto munito di "Verbo Regio", che toglieva al nobile il possesso ed ogni possibilità di rivendicazione, inoltre gli davano lo "Scudo di Perpetua Salvaguardia" contro pretesi diritti di altri.

Non ci sono limiti, invece, alle pene comminate per reati maggiori. Il viceré de Vega costumava, anche per lievi colpe, "di dare la tortura anche a’ nobili, e […] spesse volte li facea battere con lo staffile. Per delitti di menoma conseguenza non esitava punto di fare inchiodare una mano al reo, a’ bestemmiatori poi faceva delle volte forare la lingua, e spesso tagliare".

Festa grande a Palermo il 5 aprile 1724, quando fu allestito un "teatro" nel piano della Cattedrale: era alto "sette palmi (…) lungo canne 21,4 e largo canne 14" e composto da circa dieci palchi. Alla destra stavano i "Qualificatori", i "Consultori" e i rappresentanti della Corte Pretoriana; alla sinistra i "Secretari", gli "Uffiziali" ed i rappresentanti del Senato; al centro veniva allestito il palco dei condannati, coperto di "panni neri". Il "teatro" veniva corredato di altri tre palchi ubicati ai lati "dell’altare": uno era destinato alle dame che assistevano bramose di emozioni al lugubre spettacolo, un altro era occupato dai "musici" e l’ultimo veniva assegnato ai confratelli della Compagnia dell’Assunta. Questi palchi erano "guardati per ogni parte da cancelli di legno"; sotto al palco si apriva una "secreta scala" che conduceva a "certe piccole basse camerette" dove i "fratelli" dell’Assunta, a turno, andavano a riposarsi.Anche i confratelli della Compagnia dei Bianchi (fondata nel 1541 dal viceré di Sicilia conte di S. Stefano), tre giorni prima dell’esecuzione capitale, assistevano insieme al sacerdote i condannati, li facevano confessare e li accompagnavano al patibolo.

I rei stavano sopra alcuni gradini di legno; i meno colpevoli vestiti di sacco nero, quelli imputati di gravi reati vestiti del sacco nero e giallo, dipinto con repellenti figure. I condannati si facevano entrare nello steccato, al centro dei palchi stracolmi di spettatori di tutti i ceti, dove in mezzo erano posti due alti pali di ferro, ai cui piedi s’accumulavano le cataste della legna. Ai rei, in piedi sulla carretta, veniva letta la sentenza del S. Uffizio e quella della corte Capitanale, e la condanna capitale ad essere strozzati e poi bruciati, o direttamente arsi vivi. Le vittime, in coppia, tolte dal carro, venivano poste sulle cataste, e ciascuna incatenata al proprio palo. Il boia passava un nodo scorsoio intorno al collo di colui che avrebbe "beneficiato" della minor sofferenza con la concessione dello "strangolamento" al palo, e poi bruciato, appiccando il fuoco alle pire. Le fiamme avevano immediata presa sul sacco, unto di pece, lo avviluppavano e gli ardevano i capelli e la barba, sollevando una grande nube di fumo, mentre quei poveri disgraziati lanciavano delle grida disumane. Sulla pira le carni crepitavano, soffriggevano, spandevano intorno un odore nauseabondo… Le fiamme duravano più ore, fino all’alba; e di quei corpi non rimanevano che poche ossa nere, carbonizzate.

Secondo quanto riferisce Giuseppe Pitrè, il popolo aveva adottato una terribile frase, per preannunciare una grave minaccia, perché riportava subito alla mente le atrocità del passato, per il chiaro riferimento che si faceva, nel giorno delle esecuzioni, della fastosa e numerosa cavalcata di magnati, patrizi e nobili dei più alti ordini della città e di tutti gli officiali con essi della corte del Tribunale, oltre a tanti preti e monaci, essendo consultori e qualificatori del S. Uffizio, adorni della croce in petto e di un’altra a ricamo grande nelle cappe, donde si diceva: "Ti fazzu vidiri lu Sant’Uffiziu a cavaddu".
Il Pitrè trattò l'argomento di queste mostruose atrocità nella sua nota pubblicazione: "Del Sant'Uffizio a Palermo", al capitolo: "Il Tribunale dell'Inquisizione a lavoro", sotto l'aspetto folcloristico, con dovizia di particolari, dando una colorita descrizione dello scenario che si svolgeva in città, ogni volta che i condannati, con sentenza passata in giudicato, venivano mandati al rogo, con gran sollazzo della gente che vi accorreva numerosa: "Squillano le trombe, e tutto il popolo, preavvisato dai tamburi, esultando corre allo spettacolo. Preceduto dal vessillo della Santa Inquisizione, splendente della bellezza delle stelle e del sole, esce dal Palazzo del S. Uffizio il festivo corteo. Per le strade la gente schiamazza e commenta". Non si pensa che degli esseri umani, spesso innocenti, di lì a poco saranno arsi sul rogo. I Romani dicevano: "Mors tua vita mea!", i Palermitani adottavano l'altra frase, pure significativa: "Menu mali c'un attocca a mia!" Loro amano la vita, scordano facilmente le disgrazie davanti ai divertimenti, e questo chi li governa lo sa bene, ingannandoli per secoli con certe pietanze all'agrodolce. "La fama di tanto trionfo nel trofeo della fede insigne, con liete acclamazioni condotto e celebrato, vola per le bocche e le orecchie di tutti, così che nessuno, di qualunque condizione, sa trattenersi dal partecipare a tanto gaudio. Con cetere, cimbali e sistri celebrano i cantori la Santa Croce". Applaudono e gridano bene e prosperità al passaggio del personaggio che incute paura solamente a pronunciare il suo nome, a colui che in terra rappresenta l'Essere Assoluto, che decide della vita e della morte dei comuni mortali: "Ecco il sommo, l’ottimo, il massimo Inquisitore e Giudice, in cui si accentra ogni potestà del Cielo e della terra e che, secondo la divina Scrittura, sorge e primo giudica la causa di Dio". A volte si stenta a credere che realmente sia esistito un periodo in cui, sotto l'insegna della Santa Croce, siano stati commessi delitti contro i presunti "nemici della Fede, dando alla Chiesa un fulgore splendidissimo".
Alla fine della trionfale cavalcata per la città, il corteo giunge sul luogo della rappresentazione, dove la Gran Corte al completo si asside. "Alla loro vista paventano, sopraffatti da pensieri, i rei". Da questo momento si dà inizio allo spettacolo vero e proprio, a cui il popolo anela, aspettando impaziente fin dalle prime luci del mattino. Letti gli atti di ciascun reo, i "reconciliandi" si ammettono al perdono e alla penitenza: "Ginocchioni innanzi gli Inquisitori, ricevono accesa la candela che hanno portata spenta. Quindi, secondo la natura dei delitti, si fa l’abiura e si percuotono lievemente con la verga, e sono, per siffatta percussione, ammoniti i rei di non più ricadere nei delitti trascorsi. Finalmente, per l’aspersione dell’acqua santa, vengono cacciati i demoni, alla suggestione dei quali essi soggiacquero".

Quale sorte è riservata invece a coloro che si ostinano fino all'ultimo di rientrare nelle file del buon cristiano, obbediente alle leggi terrene e divine? "Costoro, coperti d’una tetra, fetida ed orribile veste, serpeggiata tutta di fiamme infernali, vengono tradotti allo spettacolo. Terminata la lettura del processo, questi empi vengono consegnati al braccio secolare per essere ridotti in cenere". A volte la scena che si descrive, anche a distanza di secoli, è così raccapricciante che il lettore è preso da certa rabbia per non poter intervenire in aiuto di quei poveri infelici, abbandonati a se stessi, senza difesa: "Tra i carboni che bruciano, le cataste di legna, le cruenti fiamme dell’accesa fornace ed i crepitanti fuochi, perseverano impavidi, per la salute delle loro anime, i sacri padri, e con parole, esempi ed orazioni anelano alla loro conversione; né li lasciano finché non abbiano essi esalato l’ultimo respiro. Che se si convertono, fatta la confessione sacramentale e ricevuta l’assoluzione, vengono strangolati e poi bruciati; e se impenitenti, senz’altro inceneriti tra le stridenti fiamme".

Ogni commento è vano sia per il mondo di ieri che per quello di oggi, perché nessuno è ancora riuscito a scovare ed a sopprimere le tre diaboliche sorelle, streghe del male: l'invidia, la malizia e la vendetta!

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