

L’Inquisizione, questo tremendo istituto, costituito per il perseguimento della haeretica pravitas, fu in realtà, attraverso la feroce repressione delle eresie vere o presunte (e l’incameramento dei beni dei condannati), strumento dell’assolutismo regio, tant’è che gli inquisitori poterono sempre, nei confronti del sovrano, rivendicare il merito di "tener saldo il regno", e insomma di garantire alla monarchia di Spagna l’ordine statale e sociale in una regione "piena di infedeli": giudei, maomettani, luterani e in genere seguaci di correnti religiose eterodosse.
I pericoli, in verità, erano assai minori di quelli prospettati, né è da credersi a una Sicilia infestata da fermenti ereticali, come l’abbondanza dei giudizi e il gran numero di roghi accesi a consumare atrocemente i destini delle infelici vittime vorrebbero farci credere; valga al riguardo la testimonianza del letterato Argisto Giuffredi, che, scrivendo verso il 1585 gli "Avvenimenti cristiani" ai suoi figli, osservava che "bastava poco per essere accusati di eresia".
Si cominciò in sordina, nello stesso anno 1487, con un delegato senza stabile dimora, il domenicano Antonio La Pegna, il quale fu così zelante che ad agosto aveva già acceso il primo rogo: toccò ad Eulalia Tamarit di Saragozza, colpevole di essere ebrea. Fino al 1513, quando il Tribunale divenne permanente, utilizzando come carceri segrete per rinchiudervi i penitenziati alcune stanze del fabbricato che il S. Uffizio, nel primo Seicento, aggiunse allo Hosterium dei Chiaramonte (palazzo "Steri", divenuto sede del Tribunale dell’Inquisizione nel 1601, fino alla sua soppressione nel 1782) vennero condannati altri 27 poveri infelici; poi, nell’anno della stabilizzazione dell’organo, quasi a celebrare l’evento, d’un colpo solo i roghi furono 35, e non tutti di vivi, poiché tanto era il furore della vendetta che fra le fiamme platealmente furono spediti persino i cadaveri di coloro che avevano fatto la scortesia, nel frattempo, di morire: furono disseppelliti e arsi a pubblico esempio. La serie dei sacrifici umani finisce nel 1732 con il curiale Antonio Canzoneri da Ciminna. Questi, avendo abiurato, viene esonerato dalla condanna a morte, dall’essere arso vivo, ma destinato a vita alle carceri del Sant’Uffizio. Di conseguenza, il reo confesso, nella notte del 1° ottobre 1731, comincerà "a vomitare ingiurie e insolenze e bestemmie contro Dio e i Santi e a professare eresie". "Meglio morire che vivere tutta la vita in quel carcere" – gli fa dire Luigi Natoli – "in quel carcere, del resto, oscuro come una tomba". Lì dove Giuseppe Pitrè troverà scritto (non importa da chi): "Nun ci nd’è no scuntenti comu mia: mortu, e no pozzu la vita finiri".
Festa grande a Palermo il 5 aprile 1724, quando fu allestito un "teatro" nel piano della Cattedrale: era alto "sette palmi (…) lungo canne 21,4 e largo canne 14" e composto da circa dieci palchi. Alla destra stavano i "Qualificatori", i "Consultori" e i rappresentanti della Corte Pretoriana; alla sinistra i "Secretari", gli "Uffiziali" ed i rappresentanti del Senato; al centro veniva allestito il palco dei condannati, coperto di "panni neri". Il "teatro" veniva corredato di altri tre palchi ubicati ai lati "dell’altare": uno era destinato alle dame che assistevano bramose di emozioni al lugubre spettacolo, un altro era occupato dai "musici" e l’ultimo veniva assegnato ai confratelli della Compagnia dell’Assunta. Questi palchi erano "guardati per ogni parte da cancelli di legno"; sotto al palco si apriva una "secreta scala" che conduceva a "certe piccole basse camerette" dove i "fratelli" dell’Assunta, a turno, andavano a riposarsi.Anche i confratelli della Compagnia dei Bianchi (fondata nel 1541 dal viceré di Sicilia conte di S. Stefano), tre giorni prima dell’esecuzione capitale, assistevano insieme al sacerdote i condannati, li facevano confessare e li accompagnavano al patibolo.
I rei stavano sopra alcuni gradini di legno; i meno colpevoli vestiti di sacco nero, quelli imputati di gravi reati vestiti del sacco nero e giallo, dipinto con repellenti figure. I condannati si facevano entrare nello steccato, al centro dei palchi stracolmi di spettatori di tutti i ceti, dove in mezzo erano posti due alti pali di ferro, ai cui piedi s’accumulavano le cataste della legna. Ai rei, in piedi sulla carretta, veniva letta la sentenza del S. Uffizio e quella della corte Capitanale, e la condanna capitale ad essere strozzati e poi bruciati, o direttamente arsi vivi. Le vittime, in coppia, tolte dal carro, venivano poste sulle cataste, e ciascuna incatenata al proprio palo. Il boia passava un nodo scorsoio intorno al collo di colui che avrebbe "beneficiato" della minor sofferenza con la concessione dello "strangolamento" al palo, e poi bruciato, appiccando il fuoco alle pire. Le fiamme avevano immediata presa sul sacco, unto di pece, lo avviluppavano e gli ardevano i capelli e la barba, sollevando una grande nube di fumo, mentre quei poveri disgraziati lanciavano delle grida disumane. Sulla pira le carni crepitavano, soffriggevano, spandevano intorno un odore nauseabondo… Le fiamme duravano più ore, fino all’alba; e di quei corpi non rimanevano che poche ossa nere, carbonizzate.Secondo quanto riferisce Giuseppe Pitrè, il popolo aveva adottato una terribile frase, per preannunciare una grave minaccia, perché riportava subito alla mente le atrocità del passato, per il chiaro riferimento che si faceva, nel giorno delle esecuzioni, della fastosa e numerosa cavalcata di magnati, patrizi e nobili dei più alti ordini della città e di tutti gli officiali con essi della corte del Tribunale, oltre a tanti preti e monaci, essendo consultori e qualificatori del S. Uffizio, adorni della croce in petto e di un’altra a ricamo grande nelle cappe, donde si diceva: "Ti fazzu vidiri lu Sant’Uffiziu a cavaddu".
Il Pitrè trattò l'argomento di queste mostruose atrocità nella sua nota pubblicazione: "Del Sant'Uffizio a Palermo", al capitolo: "Il Tribunale dell'Inquisizione a lavoro", sotto l'aspetto folcloristico, con dovizia di particolari, dando una colorita descrizione dello scenario che si svolgeva in città, ogni volta che i condannati, con sentenza passata in giudicato, venivano mandati al rogo, con gran sollazzo della gente che vi accorreva numerosa: "Squillano le trombe, e tutto il popolo, preavvisato dai tamburi, esultando corre allo spettacolo. Preceduto dal vessillo della Santa Inquisizione, splendente della bellezza delle stelle e del sole, esce dal Palazzo del S. Uffizio il festivo corteo. Per le strade la gente schiamazza e commenta". Non si pensa che degli esseri umani, spesso innocenti, di lì a poco saranno arsi sul rogo. I Romani dicevano: "Mors tua vita mea!", i Palermitani adottavano l'altra frase, pure significativa: "Menu mali c'un attocca a mia!" Loro amano la vita, scordano facilmente le disgrazie davanti ai divertimenti, e questo chi li governa lo sa bene, ingannandoli per secoli con certe pietanze all'agrodolce. "La fama di tanto trionfo nel trofeo della fede insigne, con liete acclamazioni condotto e celebrato, vola per le bocche e le orecchie di tutti, così che nessuno, di qualunque condizione, sa trattenersi dal partecipare a tanto gaudio. Con cetere, cimbali e sistri celebrano i cantori la Santa Croce". Applaudono e gridano bene e prosperità al passaggio del personaggio che incute paura solamente a pronunciare il suo nome, a colui che in terra rappresenta l'Essere Assoluto, che decide della vita e della morte dei comuni mortali: "Ecco il sommo, l’ottimo, il massimo Inquisitore e Giudice, in cui si accentra ogni potestà del Cielo e della terra e che, secondo la divina Scrittura, sorge e primo giudica la causa di Dio". A volte si stenta a credere che realmente sia esistito un periodo in cui, sotto l'insegna della Santa Croce, siano stati commessi delitti contro i presunti "nemici della Fede, dando alla Chiesa un fulgore splendidissimo".
Alla fine della trionfale cavalcata per la città, il corteo giunge sul luogo della rappresentazione, dove la Gran Corte al completo si asside. "Alla loro vista paventano, sopraffatti da pensieri, i rei". Da questo momento si dà inizio allo spettacolo vero e proprio, a cui il popolo anela, aspettando impaziente fin dalle prime luci del mattino. Letti gli atti di ciascun reo, i "reconciliandi" si ammettono al perdono e alla penitenza: "Ginocchioni innanzi gli Inquisitori, ricevono accesa la candela che hanno portata spenta. Quindi, secondo la natura dei delitti, si fa l’abiura e si percuotono lievemente con la verga, e sono, per siffatta percussione, ammoniti i rei di non più ricadere nei delitti trascorsi. Finalmente, per l’aspersione dell’acqua santa, vengono cacciati i demoni, alla suggestione dei quali essi soggiacquero".
Quale sorte è riservata invece a coloro che si ostinano fino all'ultimo di rientrare nelle file del buon cristiano, obbediente alle leggi terrene e divine? "Costoro, coperti d’una tetra, fetida ed orribile veste, serpeggiata tutta di fiamme infernali, vengono tradotti allo spettacolo. Terminata la lettura del processo, questi empi vengono consegnati al braccio secolare per essere ridotti in cenere". A volte la scena che si descrive, anche a distanza di secoli, è così raccapricciante che il lettore è preso da certa rabbia per non poter intervenire in aiuto di quei poveri infelici, abbandonati a se stessi, senza difesa: "Tra i carboni che bruciano, le cataste di legna, le cruenti fiamme dell’accesa fornace ed i crepitanti fuochi, perseverano impavidi, per la salute delle loro anime, i sacri padri, e con parole, esempi ed orazioni anelano alla loro conversione; né li lasciano finché non abbiano essi esalato l’ultimo respiro. Che se si convertono, fatta la confessione sacramentale e ricevuta l’assoluzione, vengono strangolati e poi bruciati; e se impenitenti, senz’altro inceneriti tra le stridenti fiamme".
Ogni commento è vano sia per il mondo di ieri che per quello di oggi, perché nessuno è ancora riuscito a scovare ed a sopprimere le tre diaboliche sorelle, streghe del male: l'invidia, la malizia e la vendetta!