

Veli scendevano soffici come fiocchi di neve davanti a finestre illuminate e le immagini della sua vita intrecciate parevano fluttuare davanti a lei; un profumo d’infanzia si levava da scatole e cassetti, le luci crepitavano. Dylan disse - Raccontami la fiaba, voglio sentirla dalla tua voce. Caterina cominciò… ”C'era una volta una donna che giocava con una macchina sconosciuta e senza tempo. Una notte, un misterioso individuo compose e le donò parole sul silenzio. Lei le ammirò incantata, chiedendosi se quell'uomo fosse un indovino o un cantastorie. Rispose alle parole, per mantenere in vita questa magia…
In un altro tempo, in un altro luogo, accadeva che Dylan, nè cantastorie nè indovino, parlasse una lingua segreta, senza sostantivi, usando solo verbi impersonali (come nella mitica città di Tlön) e non riuscisse a chiamare niente col proprio nome perchè nessun nome esisteva, finanche il suo.
Si sentì confuso, senza un idioma, balbettando oscure storie sotterranee e inarticolate, da-da-da continui ed insistenti. Cercò un nome, dal sapore di sillaba o nera ortìca, per ricordare di esistere ed essere reale. Così scelse per sé il nome del poeta Dylan Thomas, che usava parole come fossero mani per plasmare e i suoi versi, un unico oggetto poetico senza nome, irradiavano sfolgorii dalle tenebre. Ritrovò un frammento di Parola perduta, distillata nell'atanor della Memoria e ripetuta così tante volte d’aver perso ogni significato; l’annodò con fili eterei alla propria schiena, tirandola a fatica lungo la viva strada ruvida. Voltandosi indietro, vide la Parola scorticarsi. Il sangue secco, raggrumato e le ferite come bocche maldicenti, la trasfigurarono in una spaventosa creatura che solo a guardarla avrebbe lasciato righe di sale sugli occhi. La Parola distillata si coprì d’ogni odore, colore e sudiciume stradale e di tutto quello che andava incontrando durante il suo trascinamento. Fece questo, Dylan, nella disperazione per aver perso il proprio Idioma. Continuò a farlo notte e giorno, fino a quando non incontrò, lungo il sentiero, un’insolita macchina, dalle singolari sembianze. Sfiorò i pulsanti del meccanismo, le sue dita si mossero come dovessero realizzare un secolare presagio e tra la falsa nebbia e il violaceo mattino scorse una donna romita intenta a scrivere del proprio nome sul Libro delle Ombre, alle radici dell’Albero del Sussurro. All'istante, ne desiderò il silenzio e il nome sconosciuto. Le disse che andava verso Oriente e lei rispose che l’avrebbe seguito di buon grado, pronunciando quelle parole con una voce la cui malinconia ricordò all’uomo la propria. Gli chiese, poi, cosa fosse quell’essere muto e malconcio che portava con sé e Dylan rispose che nel passaggio dall'esistenza silente alla parola, qualcosa resta dietro ciò che si dice e oltre il limite di ciò che si è già detto. Quell’essere era il Vuoto, l'Assenza, qualcosa che non gli riusciva mai di dire, che si contorceva dentro, graffiando, lacerando, strappando. Lei disse – Non credo sia tanto vuoto il tuo esserino taciturno, anzi, sembrerebbe abbastanza saturo, tanto che, se lasciasse andare la voce, il silenzio si perderebbe per sempre.
Disse questo, la donna dal nome ignoto, osservando Dylan cercare l’anima dolente, a petto nudo e capelli scompigliati. Lo guardò agitarsi nella disperazione, alla ricerca della Via, si portò un’immaginaria sigaretta alle labbra e gli chiese - Mi fai accendere? Ho il cuore freddo! Ma fu un attimo. Il suo cuore si infiammò e il dolore di Dylan diventò il proprio, le sue parole diventarono la propria poesia. Le sarebbe piaciuto prendergli le mani, guardarlo negli occhi con i suoi occhi scuri, parlargli con il silenzio di cui aveva bisogno, portarlo lontano da tutto il rumore e, infine, rendergli il suo Linguaggio. Invece, tutto quello che fece fu di offrirgli la malinconia di una canzone alla moda in quello strano periodo. Ma bastò!
Lui capì e poi andarono oltre confine. C'era una notte da guardare con il mento alzato. La luna nel golfo era quasi nuda. Camminarono per un tempo senza dimensione, in direzioni senza senso, in un silenzioso andare. Decisero, lungo il cammino, che avrebbero voluto sognare un carico di marionette in partenza, sul treno diretto verso la non-fine del tempo. Vollero sognare il loro incontro con il Terrore senza Nome. Qualcosa di familiare, eppure lontano, avvenuto e mai vissuto li attanagliò in un sogno di cupe disperazioni senza conforto. Rivissero il viraggio dei propri sensi da amorfi ricettacoli di sfocate luci e vaghi suoni a sensuali, sensati e vibratili sensi. Precipitarono per sempre, senza mai arrivare; esplosero in milioni di frammenti, come fossero gocce di Batavia la cui coda, era stata distrattamente spezzata dalla mandibola d’un dio famelico; cercarono di sentirsi un tutto indissolubile, eppure furono investiti dal gelo della tagliente Solitudine.
Si risvegliarono alle estremità delle loro allucinazioni, in un territorio alquanto celato e poiché stavano imparando i Segreti delle Arti, decisero di fermarsi lì e costruire un laboratorio dove ricostruire la Parola perduta, trasformare il Silenzio in Albore e restituire all'Essere Vuoto un'assenza pensabile e reale. Avvolsero il Vuoto con radici dell'altare elettronico e nella notte, sotto luci fluorescenti, tesserono la loro fiaba e ogni parola scritta fu una parola da poco vissuta. Distillarono parole che contenevano tutto il non detto e altre che, se dette a bassa voce, avrebbero fatto rabbrividire e scuotere la pelle. La donna, eccitata come una bambina davanti a un gioco nuovo, non voleva mai dormire, mentre Dylan, sempre più stanco, si fermò e le chiese di raccontargli una fiaba. Lei raccontò la storia di un individuo misterioso che compose e donò a una donna sconosciuta, parole sul silenzio. Lei le ammirò incantata, girandogli intorno, come fossero entità incantevoli e aliene, sospese nel cosmo. Tentò di afferrarne una e quando la toccò le sue dita tornarono dita di bambina; il silenzio si diffuse come la voce della madre nella cameretta della sua infanzia e nel morbido silenzio si addormentò…
Dylan ascoltava meravigliato, godendo di quel fascino emanato e del gioco irreale al quale s'apprestavano…" Dylan chiese a Caterina di fermare il racconto. Era stregato da quel fascino emanato e dal gioco irreale al quale s'apprestavano. Le immagini che si seguivano gli affollavano la mente in maniera inquietante. Non riusciva a comprendere le distanze; il dentro e il fuori avevano abbandonato ogni riferimento fisico. Tutto era una miscellanea di opposti. C’era il Vuoto creatore e intollerabile, il Silenzio vuoto e il silenzio pieno, il Terrore senza nome e poi, i personaggi così drammaticamente vivi da sembrare inconsistenti nella loro esistenza perfetta; eppure tanto intimi. Caterina riprese a raccontare…
“…In quei giorni, Caterina e Dylan, raccolsero tutte le parole, le chiusero in una gabbietta argentina, immergendola in un fiume di parole inservibili che passava da quelle parti. Il fiume El Aìm si prosciugò, come per magia e rimase un'altra volta il silenzio. Di quel silenzio nutrirono l'Essere attraverso le radici, di modo che si rimarginassero le ferite e potesse tornare a tenersi in piedi e camminare, seppur zoppicando. Il mattino seguente, le loro labbra apparvero vermiglie e gonfie di silenzio pieno. L’Essere era guarito dalla propria impensabilità. Adesso aveva un nome, una parola nuova: Eran Li Zoe. Spiccò un volo nel cielo irremovibile. I due ripresero il sentiero e incontrarono le orme dei passi che non avevano ancora fatto. Le osservarono sorpresi e la donna riconobbe in esse le leggendarie “Memorie dal futuro”. In quelle orme vide i soli che avrebbe contemplato e i capelli che avrebbe accarezzato. Dylan, pensieroso, indicò le orme e disse che era meglio seguirle, poiché le orme accennavano, non dicevano, ma erano un vuoto accennato che rimandava alla pienezza ambita dal loro Viaggio. Le seguirono per un po', ma la donna continuò a sognare e sognare e nei sogni vide le orme gonfiarsi ed esplodere come funghi sierosi. Non distinse più il sogno dalla realtà perché le orme continuavano ad esplodere riempiendo l'aria di una coltre polverosa e allucinogena chiamata Noia, che copriva ogni cosa, lasciando fluttuante e libero solo il senso della fantasia e dello smarrimento.
La donna, sotto l’effetto della polvere, disse al compagno di viaggio che il suo nome era Caterina, punto e basta! e anche annodato più volte, il suo nome, sarebbe facilmente passato per la cruna di un ago. Poi si sentì tanto sola e non vide più la mano di Dylan che la sfiorava, né sentì il suo fiato. Allora pianse, ma non ci furono lacrime sulla strada che intanto era divenuta di ferro.
Sulla strada di ferro, coperta dalle parole che non si erano ancora detti, Caterina si lasciò guidare, smarrita e piangente, attraverso l’immaginario mondo delle parole, ma non riconobbe più il suo compagno di Viaggio. Avrebbero dovuto, loro due, attraversare il Ponte, per arrivare al Mondo della Tenerezza, ma l'El Aìm, tornato in piena, lo aveva sommerso. Dylan, che fino a quel momento era rimasto immune dalla Noia, ne fu anch’egli colpito. Così vagabondarono nei pressi del Ponte, per un certo periodo, in mezzo all’offuscamento di parole inutili, fino a quando s’incontrarono per caso, non si riconobbero assolutamente, ma si parlarono con il silenzio, com’era loro modo fare. Poi cercarono di ricordare i loro nomi. Dylan disse di chiamarsi Dylan e lo disse come avesse preso in prestito un nome, per far credere alla nuova compagna che in realtà fosse il proprio, di cui invece stava iniziando a ricordarne solamente le iniziali. Ma pronunciando i propri nomi li storpiarono a tal punto che rinunciarono a farlo, anche perché quei suoni inarticolati, confusi e taglienti avrebbero potuto risvegliare i Padroni della Foresta Indolente. Così, rinunciarono per sempre ai loro nomi. Si presero per mano, sconosciuti a se stessi com’erano e tentarono di attraversare il Ponte ma ad un tratto Dylan si fermò dicendo: "Non conosco la Tenerezza. Questo mi spaventa". Caterina cercò di spiegargli che la Tenerezza si trovava di là dal Ponte, che non bisognava aver paura, che era giusto attraversare il passionale e sicuro mondo del Silenzio per entrare in quell’altro mondo chimerico; di qualsiasi chimera si fosse trattato. Disse che la chimera era l'unica cosa che avevano per riempire i loro labirintici vuoti, ma lui si ostinava a non voler aprire gli occhi e mentre cercavano un accordo, apparve un anziano Maestro.Egli si credeva un grande Maestro, invece si presentò come un maestro qualunque, ma, in realtà, lo era davvero! Li fissò per alcuni istanti e poi strappò loro i cuori ancora frementi, con una mossa complicata e infallibile, li legò con fili corvini al cuore di un giovane cervo, in un viscoso e pulsante abbraccio. L’ammasso granato e sanguinolento cominciò a farsi brillante come una sfera dalla superficie rosa e vitrea, sulla quale erano proiettati i ricordi che germogliavano dal nucleo. Ricordi andati perduti o ancora non vissuti.
L’anziano Maestro, adunò i corvi, abitanti di quei luoghi testimoni dell’avvenuta trasmutazione, sotto l'ombra di un'acacia e intonò una nenia, con voce pigra e lamentosa. La nenia giunse lontano, ma per sorte non arrivò mai a destinazione. Ancora oggi, a distanze mirabolanti, si sente la dolcezza e la fierezza di quel canto primitivo, seppur di passaggio.
Caterina e Dylan non seppero mai se si fossero smarriti nei sentieri reali delle loro invenzioni o se fossero approdati, oltre il Ponte, nel territorio sensuale della completezza, fino a quando un mattino di quell’anno, Dylan, svegliandosi, non disse - Caterina, raccontami la fiaba, voglio sentirla dalla tua voce. Caterina cominciò…” Poi fu come in una fiaba, veli scendevano soffici come fiocchi di neve davanti a finestre illuminate e le immagini della sua vita intrecciate parevano fluttuare davanti a lei; un profumo d’infanzia si levava da scatole e cassetti, le luci crepitavano. Caterina aprì le imposte, la stanza s’incendiò, ancora avvolta da residui di silenzio notturno. Guardò oltre il vetro della finestra e, ripensando al Maestro e la sua storia dei tre cuori indissolubili, un brivido le accarezzò la schiena.
In quel momento, si rese conto che il Ponte che i protagonisti della fiaba volevano oltrepassare non aveva nulla di reale; non era un luogo fisico, il Ponte, ma qualcos’altro, di diverso, di simbolico. Dylan dormiva ancora nei suoi vestiti sgualciti. Sorridendo, Caterina, si preparò per il fresco giorno appena sorto.
Giulio Santoro
Anche quel Sabato stavo seduto lì, sulla mobile panchina alla ricerca del sole, nervoso come un caffè in un pomeriggio di mancate affermazioni; il cane del rimorso e i gatti del dubbio a cercare cibo.
La biblioteca , quintessenza del ricordo, sarebbe stata aperta fino alle diciotto, orario scialbo tra fine giornata e inizio sera.
le condizioni erano ideali per agire e la feroce scelta andare-restare richiedeva non poche energie.
Le mie mani umidicce passavano con rapidi gesti dalle tasche all'intreccio, lasciando al capolinea del movimento l'impronta su quel giallo esplosivo della tessera non cedibile e strettamente personale.
Avevo deciso: io, cammello ad una gobba sul naso nella cruna di un ago, dovevo attraversare quella polvere di vento, quei personaggi inclini alle domande e oltrepassare quella porta girevole; contai fino a tre prima di contare fino a dieci ed alzarmi. Partito, nulla poteva più fermarmi, non il vento diventato uragano, non le assillanti domande accecanti, non gli attriti e i rumori dalla porta girevole no, niente poteva fermarmi: era fatta, ero dentro.
Il silenzio opportuno regnava democratico nell'abside, la brillantezza degli archivi sottolineava la cura, le schede colorate per le richiese invocavano a gran voce la scrittura.
Incantato, assolutamente incantato.
Mi avvicinai all'archivio e cercai la collocazione da trascrivere sulle richiesta; sono sempre stato abile in queste ricerche e non mi ci vollero più di cinque minuti per trovare ciò che a me serviva.
Aprì con una certa foga inopportuna lo zaino rumoreggiando fastidiosamente alla ricerca di una biro...
Mi feci riconoscere ancora prima di dare la mia tessera come la mamma insegna. Con un forte imbarazzo passai alla compilazione del modulo tenendo sempre molto l'attenzione; uno sbaglio, il minimo errore sarebbe stato fatale, non avrei mai avuto il coraggio di prendere un altro modulo.
Completata l'operazione senza intoppi, mi avvicinai al bancone per consegnare la richiesta incollata alle mie mani umide di sudore ma fredde come l'inverno passato.
"Lunedì mattina passi a ritirarlo." Fu la risposta.
Oggi è Lunedì mattina e sono seduto sulla stessa panchina accanto all'angoscia e alla curiosità a chiedermi cosa potrò mai trovare nel libro della mia anima; se i miei ricordi saranno in ordine d'importanza o di apparizione, se il contatto con i ricordi rimossi sarà deleterio, se sarà utile rivivere tutta la mia vita attraverso ciò che io solo ho potuto vedere, se io riuscirò a leggermi per un mese intero...
Da dieci minuti la porta girevole ha smesso di girare, la biblioteca è chiusa e non so se tornare questo pomeriggio o non tornare mai più.
Aspetterò, aspetterò che l'ultima pagina sia scritta, e poi lo regalerò alle stagioni circolari perchè questa storia non abbia fine. Finalmente ha smesso di piovere.
Fabio Palermo
Antonino Cascino, discendente di una antica famiglia ghibellina, nacque a Piazza Armerina il 14 Settembre 1862. A quattordici anni, finito il primo grado di studi, si trasferì a Catania per conseguire il diploma di secondo livello; a diciassette anni, superati gli esami d’ammissione entrò all’Accademia di Artiglieria di Torino. Iniziò così la sua carriera militare. Dopo una breve gavetta gli fu affidato il compito di addestrare le reclute dell’esercito. Istruire reclute, trasformarle in bravi soldati e restituirle al Paese come onesti cittadini era una mansione che lo entusiasmava a tal punto che dedicò molto tempo nel cercare nuovi e più efficaci metodi di addestramento.
Alla notizia della sua morte la sua brigata Avellino sprofondò nella commozione e nella sconforto.
Al generale fu conferita alla memoria la medaglia d’oro al Valore Militare e a guerra finita le sue spoglie furono riposte al Pantheon di Palermo dove tuttora sono custodite accanto ai più celebri figli della Sicilia.
Antonio Gagini, figlio di Domenico Gagini, fu uno dei più noti scultori del XVI secolo in Sicilia. Ispiratosi inizialmente alle opere del padre e di Francesco Laurana esplose letteralmente nella sua maturità divenendo il punto di riferimento di tutti gli artisti siciliani. La sua opera si distaccò dalle influenze lombarde, venete e toscane, a cui si ispiravano i suoi predecessori, donando originalità alla scuola scultorea siciliana. Il suo genio lo fece conoscere in tutta la Sicilia, cosicché una moltitudine di personaggi nobili e religiosi gli commissionò una quantità notevole di opere.
C’era una volta nel centro della Sicilia il regno felice di Monte Naone. Il suo re si chiamava Jovàno e la regina Sara. Il castello sulla cima del monte dominava le vallate d’intorno e le pianure. Al servizio del re vi era pure un sapiente di nome Turoldo che alcuni indicavano come mago e altri come santo, tanto era votato al bene. Passava la gran parte del suo tempo in una torre del castello dove conduceva studi ed esperimenti. In quel regno viveva nascosta una strega molto malvagia di nome Brigida e una volta riuscì a prendere così bene l’aspetto della regina Sara che neppure il Re riuscì ad accorgersi della sostituzione e, quando la Regina stava per partorire, fece il suo sortilegio. Nacque Rubelia per la gioia del Re e dei suoi sudditi, ma l’evento fu funestato dalla morte della Regina stessa a causa del parto. La piccola principessa cresceva così leggiadra che ogni cosa spiacevole si annullava di fronte alla sua grazia.
I prìncipi cominciarono ad arrivare ad uno ad uno accompagnati da uno stuolo di servitori e di cavalcature cariche di doni. Ma il Re, appena lo seppe, si rifugiò nella più riposta sala del castello e concepì una malsana idea. “Organizzando un agguato lungo le strade d'accesso al regno, - disse tra sé - potrò impadronirmi del tesoro di ogni principe e darne la colpa ai molti briganti che infestano le contrade di ogni dove! Nessuno potrà muovermi accuse se tutto sarà fatto in segretezza”. Così pensò e così fece. Dunque Jovàno, aiutato da Brigida, s’impadronì dei tesori e, ogni giorno scendeva nei sotterranei del castello dove, in una apposita sala, aveva nascosto e accumulato tutto. Vi erano sette forzieri di legno e cuoio rinforzato con borchie e maniglie il cui contenuto destava grande meraviglia: monete d’oro e d’argento, collane di perle e preziosi monili con gemme incastonate di rara bellezza. Pure emergevano dai forzieri fiori e frutti d'oro sfolgoranti e pregiato vasellame. Un giorno, il sovrano, maneggiando il prezioso tesoro, preso da un raptus di follia, si mise a spargerlo d'intorno e rideva come un invasato e urlava fragorosamente facendo tremare le mura del castello. Perfino Brigida cercava di calmarlo, ma le sue grida inumane giunsero dappertutto e presto accorse gente. Era un frastuono indescrivibile di servitù e soldati che scendevano le scale verso i sotterranei. Improvvisamente si udì un boato come di tuono e un fruscio impetuoso come di vortice di vento. La scena che si presentò agli occhi degli accorsi fu allucinante: il corpo esanime del Re era disteso con gli arti divaricati e gli occhi aperti e fissi di terrore. Accanto a lui si era aperta una voragine da cui usciva un fumo verdastro e lievemente odoroso di zolfo. Non vi era traccia del tesoro che era sprofondato nel sottosuolo. Il corpo del Re fu ricomposto e fu allora chiamata Rubelia il cui dolore inconsolabile e il suo pianto durarono molte lune.
Ella, Regina per immediata necessità, decise che il corpo del padre sarebbe rimasto nel sotterraneo e inserito in un sarcofago di pietra tanto grande e pesante da chiudere la voragine che si era aperta. I migliori artisti di corte istoriarono di bassorilievi le pareti della tomba. Il corpo del Re, venne imbalsamato per una perenne conservazione. Il popolo però mormorava sulla strage dei sette prìncipi e pian piano si sparse la voce dei tesori e delle incredibili storie dei sotterranei del castello i quali, peraltro, erano stati murati. La strega Brigida non ebbe alcun beneficio da quegli eventi e cercò di rintanarsi nel suo antro ai piedi del monte Naone, ma dovette subìre anch’essa la maledizione legata ai delitti che lei stessa aveva ispirato: fu condannata alla perdita dei suoi poteri magici e a ritornare alle sue sembianze di sempre e cioè in forma di “culovria”, un animale metà donna e metà serpente, ancora capace di ammaliare e terrorizzare gli uomini, ma sempre immersa nella maligna disperazione. Turoldo, il buon mago di corte che aveva sempre contrastato i cattivi propositi del Re e della stessa Brigida, pianse per la giustizia infranta. Uscì a mezzanotte dalla finestra della torre sotto sembianza di gufo e volò lungo le vallate del Casale e della Scalisa, poi sorvolò la collina di Rossignolo e ridiscese silenzioso lungo il fiume Braemi fino al colle di Bèssima. Tutto sembrava tranquillo fino a quando non fu attirato da una nenia, un lamento lieve, quasi un tenue coro continuo. Pareva che le voci stessero sospese nel vento. Fermo su un ramo di acacia ascoltò distintamente il pianto di sette anime innocenti che vagavano nei dintorni del monte e su di esse sintonizzò il suo cuore.
Il primo passo era fatto, il filo era riannodato. Prese il volo e si accorse che era seguito da uno stormo di sette colombe bianche che, giunte al castello, presero dimora nei sottotetti della torre più alta. Turoldo, rientrato nella sua officina e visibilmente contento, disse tra sé: “Le colombe sono vive, vuol dire che nulla è perduto”. Poi, stanco delle fatiche della notte, cadde in un sonno profondo e ristoratore. Il mattino successivo, dopo tante aurore tristi e uggiose, a cui il regno si era abituato, Rubelia fu svegliata da un rumore proveniente dalle vetrate della finestra principale. Scese dal letto, aprì la finestra e vide le sette colombe che giocavano festanti sul davanzale. Ignara s’illuminò. Il tempo tuttavia passava senza che nulla accadesse. Ogni tanto giungevano voci al castello di corpi di contadini trovati uccisi nelle campagne circostanti, ma questi eventi, seppur terribili, erano divenuti abituali. Da un po’ di tempo venivano trovati anche corpi esanimi di cavalieri e si diceva che quelle uccisioni fossero opera della terribile “culovria” che infestava le contrade del regno. Rubelia fece diramare un bando in cui scrisse che chiunque riuscisse a liberare quei luoghi dalla “culovria”, avrebbe ottenuto la corona reale e il suo amore. Come prova doveva essere portato alla regina un dente del mostro. Rubelia però si intristiva ogni giorno di più e appariva sempre meno in pubblico. Non si era accorta, nella sua solitudine, che un giorno anche le candide colombe del davanzale erano volate via senza più rivederle. La vita del castello scorreva malinconica e senza speranza. Un giorno di primavera inoltrata, quando il sole volgeva al tramonto e tutt’intorno la luce vermiglia tingeva le mura e la campagna e perfino il cielo, Rubelia, come ai bei tempi della sua infanzia, osservava il paesaggio attraverso una vetrata della sua camera. Di lì a poco alcuni cavalieri batterono alle porte del castello con l’intento di vedere la Regina. Erano sette ed essa accordò loro di poter entrare. Il primo cavaliere, stanco e ferito, ma con lo sguardo radioso di vittoria, si avvicinò inchinandosi e lasciò cadere nella mano della giovane Regina un sassolino verde, quasi una gemma di smeraldo, a forma di aguzzo dente. Rubelia, ammirata e piangente, comprese il prodigio e guardò dritto nelle pupille il giovane principe. Egli, anch’esso commosso, si prostrò ai suoi piedi e disse: “Mia Regina e mia Signora, l’opera straordinaria che tu hai ordinato è compiuta. Col prezioso aiuto di sei nobili e valorosi compagni, il tuo regno è liberato per sempre dall’orrendo mostro. Eccomi al tuo cospetto come ho sempre sognato”. Rubelia al sentire tali parole, si avvicinò al giovane e gli rispose: ”Alzati Principe e mio Signore! Sono pronta a condividere la tua esistenza. Quanto ai tuoi valorosi compagni, essi divideranno con noi la corte e il regno di nuovo felice di Monte Naone ”.